Categoria: NEUROSCIENZE

CONOSCERE L’ALZHEIMER

 

La malattia di Alzheimer è un deterioramento cognitivo cronico-progressivo che non presenta un quadro neurologico specifico.

 

 

FATTORI DI RISCHIO E FATTORI DI PROTEZIONE

L’età rappresenta il maggior fattore di rischio. Anche la storia familiare e il basso livello di scolarità possono rappresentare un fattore di rischio. Gli estrogeni e i farmaci antinfiammatori non steroidei, invece, sembrano proteggere dal rischio Alzheimer. I risultati delle ricerche, però, sono ancora contrastanti e sono necessari ulteriori studi.

 

PROGNOSI

La malattia di Alzheimer provoca un deterioramento della corteccia cerebrale, che non è essenziale per la sopravvivenza, quindi, di per sé, questa malattia non conduce alla morte. L’esordio precoce della malattia, e in particolare la comparsa precoce dei disturbi del linguaggio, sembrano determinare un’evoluzione più rapida.

 

QUADRO CLINICO

Inizialmente, il paziente con Alzheimer può presentare sintomi aspecifici come alterazioni del ritmo sonno-veglia e uno stato depressivo, che è in parte la conseguenza dei propri fallimenti quotidiani e in parte è un aspetto proprio della malattia.

Generalmente, però, il paziente arriva dal medico per i problemi di memoria: la presenza di amnesia è una condizione necessaria per poter fare diagnosi. Inizialmente il paziente non è più in grado di apprendere nuove informazioni (disturbo episodico anterogrado) che riguardano eventi della vita quotidiana, successivamente questa incapacità si estende anche ad eventi complessi e particolari, come l’incontro con una persona nuova o la visione di uno spettacolo. Inoltre, è presente anche un disturbo della memoria prospettica, cioè l’incapacità di ricordarsi, al momento giusto, di fare qualcosa, ad esempio, prenotare una visita.

Nell’arco di 6/12 mesi si manifesta deficit anche in altre aree cognitive. L’orientamento è compromesso, i disturbi visuo-spaziali sono comuni e i disturbi del linguaggio diventano evidenti. Molti pazienti abbastanta presto presentano anche difficoltà nel vestirsi, ad esempio, mettono la camicia sopra la giacca oppure non riescono a mettere gli abiti nelle parti del corpo giuste (aprassia dell’abbigliamento). Anche il disorientamento topografico è comune, infatti spesso, questi pazienti si perdono per strada.

In un secondo tempo compaiono disturbi delle funzioni di controllo, ad esempio, il paziente non riesce ad inibire comportamenti erronei o non riesce a prestare attenzione ad un compito.

Nella fase tardiva compaiono anche manifestazioni psichitriche. È frequente la trasposizione del passato nel presente, quindi, ad esempio, persone morte vengono credute vive e magari identificate con altri familiari.

Nelle fasi terminali subentra l’apatia o la disinibizione con irritabilità.

 

Il miglioramento nell’assistenza di questi pazienti ha comportato un allungamento della vita. Non essendo persone autonome, spesso un parente stretto si prende cura del malato. È importante riconoscere lo stress fisico ed emotivo dei parenti che si prendono cura dei familiari con la malattia di Alzheimer e sostenerli dandogli gli strumenti adeguati per affrontare questa difficile situazione.

 

Bibliografia

Manuale di Neuropsicologia. G. Vallar & C. Papagno. Il Mulino, 2007.

COSA SUCCEDE NEL CERVELLO DEL SONNAMBULO?

 

Passiamo circa un terzo della nostra vita a dormire, ma cosa sappiamo realmente di come funziona il sonno?

Durante una normale giornata viviamo due fasi completamente diverse: il sonno e la veglia. Non tutti sanno che anche mentre dormiamo attraversiamo fasi molto diverse.

 

SONNO REM – NON REM

Il sonno si divide in due grandi categorie: REM e NON REM. Abbiamo già parlato del sonno REM nell’articolo “Perché sogniamo”. In generale, durante il sonno REM (da rapid eyes movement) il corpo, ad eccezione dei muscoli oculari e respiratori, è immobilizzato e l’EEG (elettroencefalogramma) sembra più sveglio che dormiente. Questa è la fase in cui si producono i sogni.  Il sonno NON REM, invece, sembra progettato apposta per riposarsi, infatti, il ritmo EEG è lento, i movimenti del corpo sono minimi, la tensione muscolare è ridotta e la temperatura ed il consumo del corpo sono diminuiti.

 

IL CICLO DEL SONNO

Circa il 75% della notte viene passata nella fase NON REM, mentre il 25% nella fase REM. Il sonno NON REM è diviso in quattro stadi distinti. Vediamo gli stadi attraversati da un adulto che inizia ad avere sonno:

  • STADIO NON REM 1: i ritmi EEG alfa di veglia rilassata diventano meno regolari e si riducono. Gli occhi producono movimenti lenti e rotatori. È una fase del sonno molto leggera, che dura pochi minuti.
  • STADIO NON REM 2: è una fase leggermente più profonda e dura circa 5-15 minuti. È caratterizzato da onde cerebrali appuntite e i movimenti oculari cessano quasi completamente.
  • STADIO NON REM 3: l’EEG inizia a produrre ritmi delta lenti e di grande ampiezza. I movimenti del corpo e degli occhi generalmente sono assenti, anche se vedremo che possono esserci alcune eccezioni.
  • STADIO NON REM 4: è lo stadio più profondo del sonno. All’inizio della notte può durare 20-40 minuti, quando il sonno inizia a diventare più leggero, invece, dura circa 10-15
  • STADIO REM: dopo lo stadio 4, improvvisamente, si entra in un breve periodo di sonno REM, con ritmi EEG veloci e rapidi movimenti oculari.

Il ciclo appena descritto si ripete ogni circa 90 minuti. Con l’avanzare della notte c’è una progressiva diminuzione degli stadi NON REM (in particolare stadi 3 e 4) e un aumento della durata della fase REM. I cicli più lunghi di sonno REM possono durare 30-50 minuti. Sembra, inoltre, che tra un ciclo di sonno REM e l’altro debbano esserci almeno 30 minuti di sonno NON REM.

 

SONNAMBULISMO

Non sempre il sonno è costante. Può succedere che le persone durante la notte camminino, urlino o parlino. In particolare, il camminare nel sonno, o sonnambulismo, raggiunge un picco all’età di 11 anni. Anche se circa il 40% dei bambini è sonnambulo, sono pochi gli adulti che possono ancora essere definiti tali. Sembra che i geni giochino un ruolo importante nell’insorgenza di questo comportamento (probabilmente è implicato il cromosoma 20), infatti, spesso chi è sonnambulo ha dei parenti che hanno sperimentato la stessa esperienza. Le cause, però, possono anche essere lo stress emotivo, oppure fattori medici.

 

Il sonnambulismo si verifica generalmente durante il primo stadio NON REM 4 della notte. Le opinioni sono discordanti, ma è probabile che ci sia una ipereccitabilità della corteccia cerebrale. Durante l’episodio, la persona ha gli occhi aperti e cammina per la casa riuscendo ad evitare gli ostacoli, ma ha le capacità cognitive fortemente compromesse. Gli episodi di sonnambulismo durano generalmente dai 5 ai 20 minuti, raramente si prolungano oltre questo tempo. Al termine, di solito, la persona torna a dormire spontaneamente.

 

Svegliare i sonnambuli è difficile perché si trovano in uno stadio molto profondo del sonno, per questo motivo, la cosa migliore è aiutarli a tornare a letto. Esiste una credenza diffusa secondo cui sia pericoloso svegliare i sonnambuli ed effettivamente sarebbe meglio non svegliare un sonnambulo, semplicemente perché al suo risveglio potrebbe trovarsi in uno stato confusionale e reagire in modo brusco nei confronti di chi gli sta vicino. Generalmente, la mattina successiva il sonnambulo non ha alcun ricordo dell’episodio.

 

Per prevenire episodi di sonnambulismo può essere utile mantenere un ritmo sonno-veglia regolare e, se necessario, utilizzare tecniche di rilassamento prima di andare a dormire.

 

Bibliografia

Neuroscienze. Esplorando il cervello. 2007. M. F. Bear, B. W. Connors, M. A. Paradiso.

 

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COSA CI SPINGE A VIAGGIARE? IL CASO SPECIALE DEI “CERCATORI DI SENSAZIONI”

 

Motivare deriva da latino movere, che significa muovere, dare avvio. La motivazione, infatti, è un insieme di fattori che orienta il nostro comportamento in una determinata direzione.

Esistono due principali tipologie di motivazione: la motivazione estrinseca e la motivazione intrinseca. Nel primo caso, la ragione per svolgere una certa attività risiede all’esterno dell’attività stessa, ad esempio, ci si aspetta di ricevere una ricompensa in denaro. Nel secondo caso, invece, la ragione per svolgere l’attività risiede nell’attività stessa, perché l’incentivo è il piacere di svolgere quella particolare azione. La presenza di motivazione intrinseca è considerata una delle caratteristiche del flow, che è un’esperienza ottimale, una particolare condizione di assorbimento, descritta da Csikszentmihalyi (1975), che si prova quando si svolge un’attività che amiamo.

Il ruolo delle ricompense, estrinseche o intrinseche, nel sostenere la motivazione è confermato dall’esistenza del meccanismo neurobiologico del sistema della ricompensa.  Questo sistema comprende diverse aree della corteccia prefrontale e del sistema mesolimbico, tra cui la zona ventro-tegmentale e il nucleo accumbens, che è il principale centro di rilascio della dopamina. Quando riceviamo una ricompensa o quando anticipiamo qualcosa di piacevole, avviene un rilascio di dopamina nel cervello.

 

QUALI SONO LE MOTIVAZIONI CHE CI FANNO VIAGGIARE?

Le motivazioni che ci spingono a viaggiare possono essere molteplici e variare in base alla persona. Vediamone alcune:

  1. Evadere dalla routine quotidiana visitando luoghi diversi da quelli in cui viviamo
  2. Sperimentare sensazioni di rilassamento per allentare lo stress quotidiano
  3. Mettersi alla prova, esplorare le proprie capacità e conoscersi meglio
  4. Migliorare la propria autostima e la propria immagine sociale
  5. Socializzare
  6. Soddisfare il bisogno di curiosità attraverso attività esplorative

Non bisogna sottovalutare questo tipo di bisogni, perché, come sottolineato da Maslow (1954), l’essere umano ha una naturale spinta alla crescita psicologica e all’autorealizzazione.  La famosa piramide di Maslow rappresenta la gerarchia dei bisogni umani.

 

 

I primi quattro bisogni riflettono uno stato di carenza, quindi mirano alla riduzione di uno stato di tensione, mentre il bisogno di autorealizzazione è un bisogno di crescita e di conseguenza comporta la ricerca della tensione. Dopo aver soddisfatto i bisogni alla base della piramide, è naturale e salutare sentirsi motivati ad intraprendere attività che conducono all’autorealizzazione.

 

IL CASO DEI SENSATION SEEKER

I sensation seeker o cercatori di sensazioni sono stati definiti da Zuckerman (2009) come individui che hanno costantemente bisogno di vivere esperienze nuove e provare emozioni intense. Sono estremamente suscettibili alla noia, per questo sono attratti dall’avventura. La ricerca di novità che caratterizza i sensation seeker si avvicina al concetto della curiosità epistemica, cioè il bisogno universale di conoscere ed esplorare. Anche nei cercatori di sensazioni è fondamentale il ruolo giocato dalla dopamina, infatti, a livello biologico, mostrano uno squilibrio nel livello di questo neurotrasmettitore. Le quantità di dopamina sono regolate da una particolare forma di MAO (enzima monoaminossidasi), i cui livelli sono bassi nei sensation seeker, di conseguenza, queste persone cercano di ristabilire un equilibrio ottimale svolgendo attività eccitanti che favoriscono il rilascio di dopamina.

I viaggiatori incalliti possono rispecchiare questo tipo di personalità. Amano i viaggi estremi, che non prevedono troppi comfort e costituiscono una vera e propria avventura. Per queste persone la motivazione a viaggiare è molto forte e consente loro di raggiungere quel livello di eccitazione ottimale che può derivare dall’esplorazione di mete esotiche.

 

Qualunque sia la tua personalità, se ti senti motivato a viaggiare, cerca di farlo. Svolgere attività che ci fanno stare bene e soddisfare i nostri bisogni significa prendersi cura del nostro benessere psicologico.

 

Bibliografia

Psicologia generale, Paolo cherubini. RaffaelloCortinaEditore (2012).

Zuckerman, M. (2009), Sensation Seeking.

Maslow, A.H. (1954), Motivazione e personalità.

Csikszentmihalyi, M. (1975), Beyond Boredom and Anxiety: Experiencing Flow in Work and Play.

I SEMI DEL MALE: 2 TIPI DI KILLER

Bisogna sempre essere cauti quando si valuta l’importanza dei fattori genetici, tuttavia è ormai chiaro che aggressività e violenza sono, in parte, ereditabili. L’aggressività può essere divisa in due categorie: aggressività reattiva (con un ereditabilità del 38%), cioè un’azione difensiva che si mette in atto in risposta ad un evento (ad esempio, vengo colpito e io restituisco il colpo); e quella proattiva (ereditabilità 50%), ovvero l’aggressione crudele e meschina che si usa per privare gli altri di qualcosa, messa in atto per il semplice gusto di “fare del male”.

 

CHE LEGAME CON GLI AGGRESSORI?

 

Si possono distinguere due tipi di aggressori, che rispecchiano le differenze descritte. Da un lato abbiamo gli aggressori reattivi, o assassini a sangue caldo, teste calde che scattano in modo fulmineo e sanguigno di fronte alle minime provocazioni. Questi personaggi sono connotati da un alto tasso di emotività e sregolatezza e possono reagire ferocemente in preda ad un impeto di rabbia, senza pianificare, programmare o pensare alle conseguenze delle loro azioni. Dall’altro lato abbiamo gli aggressori proattivi, freddi e spietati calcolatori, che hanno sempre uno scopo preciso da raggiungere; per questo motivo non lasciano nulla al caso, calcolano ogni mossa e pianificano ogni minimo dettaglio. Sono spesso metodici, razionali e posseggono spiccate capacità di problem solving.

 

BASI NEURALI DIFFERENTI TRA SERIAL KILLER E ASSASSINI REATTIVI?

 

Molti studi hanno dimostrato che gli assassini hanno un alto livello di attivazione delle regioni limbiche subcorticali soprattutto nell’emisfero destro. Queste regioni sono la sede delle emozioni.

 

· L’amigdala incendia le emozioni e stimola sia l’attacco predatorio, che quello affettivo
· L’ippocampo modula e regola l’aggressione e attiva l’attacco predatorio
· Il talamo è il collegamento tra le aree emozionali limbiche e le zone corticali regolate
· Il mesencefalo gestisce l’aggressione affettiva ed emozionale.

 

 

Inoltre presentano una ridotta attivazione a livello della corteccia prefrontale. Questo particolare tipo di malfunzionamento frontale può portare a diversi risultati:

 

 

· A livello emotivo causa la perdita di controllo, quindi ira e rabbia incontrollate
· A livello comportamentale causa una maggior accettazione del rischio, la tedenza all’irresponsabilità e al non rispetto delle regole
· A livello di personalità possono verificarsi impulsività, perdita di controllo di sé e incapacità a inibire o modificare certi comportamenti
· A livello sociale può causare immaturità, mancanza di tatto e scarsa opinione sociale
· A livello cognitivo si può verificare perdita di flessibilità intellettuale e incapacità di problem solving.

 

 

Dove sono le differenze?

 

 

Gli assassini reattivi, presentano entrambi i deficit descritti: ridotta attivazione prefrontale ed elevata attivazione limbica. Gli assassini proattivi (ad esempio i serial killer), invece, hanno un funzionamento prefrontale relativamente normale, infatti, come abbiamo visto, sono in grado di pianificare, di auto-regolarsi, non sono impulsivi ecc., tuttavia presentano un livello di attivazione limbica molto elevato.Ovviamente il legame causale tra malfunzionamento prefrontale e violenza è una questione ancora aperta poiché l’imaging cerebrale non dimostra la causalità. Ciò che invece è più chiaro è la correlazione esistente tra malfunzionamento della corteccia prefrontale e del sistema limbico con la violenza.

 

Bibliografia
Raine, A. (2016). L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine. Mondadori Education.
Baker, L. et al. (2008). Genetic and environmental influences on reactive and proactive aggression in children. Journal of Abnormal Child Psychology.
Raine, A. et al. (1997). Brain abnormalities in murderers indicated by positron emission tomography. Biological Psychiatry.
Elliott, F.A. (1992). Violence: The neurologic contribution: an overwiew. Archives of Neurology.
Amen, D.G. et al. (2007). An analysis of regional cerebral blood flow in impulsive murderers using single photon emission computed tomography. Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neurosciences.
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SMARTPHONE E TABLET POSSONO DISTURBARE IL SONNO?

Smartphone e tablet possono disturbare il sonno, ma esiste una soluzione semplice per evitare che accada.

 

Si pensava che l’utilizzo di smartphone e tablet durante la serata potesse disturbare il sonno e provocare danni alla salute.

 

Di recente, però, i ricercatori hanno scoperto che l’esposizione ad una luce adeguata durante il giorno può contrastare gli effetti negativi dei dispositivi elettronici.

 

I ricercatori dell’Università di Uppsala in Svezia hanno scoperto che i lettori serali di dispositivi ebook illuminati (come l’iPad) dormono bene, SE sono stati esposti a luce intensa durante il giorno.

 

Frida Rångtell, autrice dello studio, sostiene:

 

“la nostra scoperta principale è stata dimostrare che la sera i giovani studenti possono utilizzare il tablet per due ore senza riportare conseguenze sul sonno, ma solo se durante il giorno sono stati esposti ad una luce brillante.”

 

E’ la luce blu degli smartphone, dei tablet e degli e-reader che causa disturbi al sonno.

 

Precedenti ricerche, infatti, avevano dimostrato che l’uso di questi dispositivi prima di andare a dormire disturbava il sonno:

 

“le persone che prima di andare a dormire leggono sull’iPad si sentono meno assonnate, trascorrono meno tempo nella fase REM e i loro corpi producono una minore quantità di melatonina, un ormone che induce il sonno.”

 

Questi dispositivi sembrano disturbare i ritmi circadiani naturali.

 

Durante un nuovo studio, è stato chiesto a 14 persone di leggere dalle 21 alle 23 un libro cartaceo oppure un libro sull’ipad.

 

Christian Benedetto, coautore dello studio, afferma:

 

I nostri risultati suggeriscono che l’esposizione alla luce durante il giorno, ad esempio grazie ad attività all’aria aperta o ad interventi sulle luci negli uffici, potrebbe aiutare a combattere i disturbi del sonno derivanti dall’esposizione alla luce blu dei dispositivi elettronici.

 

Anche se non abbiamo esaminato questo aspetto nel nostro studio, è corretto considerare che l’utilizzo serale di dispositivi elettronici per controllare le e-mail di lavoro o i nostri social network può portare a disturbi del sonno, infatti, proprio prima di andare a dormire ci esponiamo ad una eccitazione emotiva rilevante”.

 

Concludendo, è possibile affermare che utilizzare dispositivi elettronici prima di andare a dormire non è dannoso solo se siamo stati esposti ad una luce intensa durante il giorno, viceversa, è consigliabile leggere un buon libro cartaceo.

 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Sleep Medicine (Rångtell et al., 2016).

 

Fonte originale: http://www.spring.org.uk/2016/08/cu…

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GLI AMICI SONO MEGLIO DELLA MORFINA: I RISULTATI DI ALCUNI STUDI

Una ricerca recente ha mostrato che le persone con più amici hanno una maggiore tolleranza al dolore.

 

Questo studio permette di concludere che le amicizie aiutano realmente a gestire il dolore.

 

Katerina Johnson, prima autrice dello studio, ha spiegato come le endorfine aiutano a combattere il dolore:

 

“Le endorfine fanno parte del nostro circuito cerebrale del piacere e del dolore – ci provocano sensazioni di piacere e sono un antidolorifico naturale.

 

Studi precedenti hanno mostrato che le endorfine producono legami sociali sia negli esseri umani che negli animali.

 

Secondo la  “teoria degli oppioidi del cervello dell’attaccamento sociale” (the brain opioid theory of social attachment), le interazioni sociali provocano emozioni positive quando le endorfine si legano a recettori oppioidi nel cervello.

 

Questo meccanismo sarebbe alla base della sensazione di benessere che proviamo in compagnia dei nostri amici.

 

Per testare questa teoria, ci siamo basati sul fatto che le endorfine sono un antidolorifico più potente anche della
morfina.”

 

Insieme al legame tra l’ampio numero di amici e la resistenza al dolore, sono emersi altri due risultati interessanti.

 

Le persone fisicamente in forma e le persone stressate hanno pochi amici.

 

Katerina Johnson ha spiegato che:

 

“Potrebbe essere semplicemente una questione di tempo – le persone che utilizzano molto tempo per allenarsi hanno meno tempo per uscire con gli amici.

 

…magari, invece di socializzare, queste persone per ottenere una “scarica di endorfine” utilizzano l’esercizio fisico.  

 

La scoperta relativa allo stress potrebbe indicare che una grande rete di amici aiuta le persone a gestire meglio li stress, oppure potrebbe significare che lo stress e gli eventi che lo causano riducono il tempo per le attività sociali.

 

Gli studi suggeriscono che la quantità e la qualità delle nostre relazioni influenzano la nostra salute fisica e mentale, di conseguenza, influiscono sulla nostra longevità.

 

In conclusione, la comprensione dei motivi per cui alcune persone hanno più amici di altre e i possibili meccanismi neurobiologici implicati sono un’importante area di ricerca.

 

La nostra specie si è evoluta in un ambiente ricco di stimoli sociali e la carenza di interazioni sociali, tipica della moderna era digitale, potrebbe essere una delle cause del declino della salute nelle società attuali”.

 

 

 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports (Johnson & Dunbar et al., 2016).

Articolo originale http://www.spring.org.uk/2016/04/friends-better-than-morphine.php

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PERCHE’ SOGNIAMO?

Freud diceva che il sogno è la via regia per l’inconscio.

 

In molte culture antiche i sogni erano considerati una finestra su altri mondi più elevati, una potere, nonché una fonte di informazioni, una guida.

 

Oggi dobbiamo fare un passo indietro e chiederci innanzitutto se i sogni abbiano un significato.

 

COME FUNZIONA IL SONNO?

 

Il sonno è uno stato reversibile di ridotta reattività e ridotta interazione con l’ambiente.

 

Il sonno è caratterizzato da diverse fasi. In generale, molte volte durante la notte entriamo in una fase chiamata sonno REM (da rapid eyes movement – movimenti rapidi degli occhi) in cui tutto il corpo (ad eccezione dei muscoli oculari e respiratori) è immobilizzato, e si evocano quelle vivide illusioni che chiamiamo sogni. Il resto del tempo passa in uno stato chiamato non-REM in cui il cervello generalmente non crea sogni, e se li crea, è rarissimo che siano dettagliati e piacevoli come i sogni della fase REM. Durante il sonno non-REM il cervello sembra fermarsi, infatti, il consumo di energia che utilizza e le frequenze di scarica generali dei suoi neuroni sono al livello più basso della giornata. Al contrario, durante il sonno REM il cervello sembra fare di tutto tranne che riposare. Dement definisce il sonno REM un cervello attivo che si illude in un corpo paralizzato. L’EEG (elettroencefalogramma) del sonno REM non è quasi distinguibile da quello del cervello sveglio e attivo. Il consumo di ossigeno del cervello è più alto nel sonno REM di quanto non sia quando il cervello è sveglio e concentrato su problemi di matematica.

 

Passiamo circa il 75% della notte in un sonno non-REM e il 25% in fase REM. Il sonno non-REM può essere diviso in 4 fasi a seconda delle caratteristiche dell’EEG. Durante la notte, quindi, si ripetono più volte cicli da 90 min composti da 4 fasi non-REM e una fase REM.

 

PERCHE’ ALCUNI DI NOI SI RICORDANO I SOGNI E ALTRI NO?

 

Perrine Ruby, ricercatrice del centro per le neuroscienze di Lione, fornisce una risposta a questa domanda: “Abbiamo scoperto che le persone che ricordano spesso i loro sogni hanno complessivamente un tempo di veglia durante il sonno più lungo rispetto agli altri. In media, i grandi sognatori hanno dei risvegli della durata di circa due minuti, che non necessariamente, però, corrispondono a una cattiva qualità del sonno.” In pratica, se ricordiamo perfettamente i nostri sogni probabilmente è perché ci siamo svegliati più volte nel corso della notte senza averne coscienza. La chiarezza o meno dei nostri ricordi anche dalla fase del sonno durante la quale ci si sveglia. È stato di mostrato, infatti, che se ci si sveglia durante la fase REM è molto più probabile ricordare il sogno.

 

QUAL E’ LA FUNZIONE DEI SOGNI?

 

Secondo Freud, i sogni erano realizzazioni di desideri mascherati, un modo inconscio per esprimere le nostre fantasie sessuali ed aggressive che non possono essere espresse durante la veglia.

 

Le teorie recenti hanno posto attenzione agli aspetti biologici, ad esempio, Hobson e MCCarley, due scienziati della Harvard University, ritengono che i sogni non siano altro che immagini ed emozioni ben conosciute prodotte dall’attivazione semicasuale dei neuroni pontini, che attraverso il talamo attivano la corteccia cerebrale. Secondo questa ipotesi, la corteccia tenta di sintetizzare queste immagini disordinate in un insieme sensato che darebbe origine alle storie dei nostri sogni.

 

Diversi ricercatori, inoltre, suggeriscono che il sonno REM, e forse gli stessi sogni, svolgano un ruolo importante nella memoria. Non ci sono dati certi, ma sembra che il sonno REM aiuti a consolidare e integrare i ricordi. Alcuni studi mostrano che la durata del sonno REM aumenta in seguito ad una esperienza di intenso apprendimento.

 

Sfortunatamente, nonostante il sonno e i sogni siano uno degli argomenti più affascinanti e preferiti dalla letteratura, dalla filosofia e dalla scienza, la verità è che ancora oggi non esistono abbastanza dati per comprendere quale sia la reale funzione dei sogni e del sonno REM. Esistono, però, diverse teorie che possono essere approfondite e possono essere la base per ulteriori studi, che magari riusciranno a chiarire meglio il significato dei sogni.
 

 

Bibliografia:

Bear M. F., Connors B. W., Paradiso M. A. Neuroscienze – esplorando il cervello. Elvesir, 2009.

http://www.atlantico.fr/rdv/atlanti-question-lundi/est-que-c-est-grave-ne-pas-se-souvenir-reves-perrine-ruby-1815258.html

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