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LAVORARE CON I BAMBINI: LA SCATOLA DELLE EMOZIONI

 

Svolgendo un lavoro con alcuni bambini della scuola dell’infanzia abbiamo costruito la scatola delle emozioni. Vogliamo condividere con voi i motivi per cui abbiamo creato la scatola e spiegarvi come funziona, perché è un gioco semplice che può essere costruito e usato anche dai genitori o da chiunque si relazioni con i bambini.

Sviluppare l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di riconoscere i sentimenti, dare un nome alle emozioni e comprendere il legame tra pensieri, stato emotivo e reazioni,  è fondamentale per il benessere dei bambini e crea le basi per uno sviluppo sano che avrà effetti positivi anche durante l’adolescenza e la vita adulta.
Spesso i bambini non riescono a comprendere ed esprimere con le parole le emozioni che sperimentano. Giocare con le emozioni consente ai bambini di acquisire abilità importanti e crea uno spazio in cui possono esprimere liberamente i sentimenti che provano, anche i più difficili.


Nella scatola delle emozioni abbiamo inserito i barattoli della gioia, tristezza, rabbia e paura. Su ogni barattolo abbiamo disegnato il volto dell’emozione corrispondente e all’interno abbiamo inserito disegni da colorare, storie da raccontare e giochi per aiutare il bambino a familiarizzare con ogni specifica emozione. Ad esempio, nel barattolo della gioia, abbiamo inserito il dado della felicità che potete vedere nelle foto, ma è possibile inventare tanti giochi diversi a seconda delle esigenze. I bambini attraverso il gioco imparano ed esprimono se stessi. Con l’artificio delle favole, inoltre, i bambini possono identificarsi con i personaggi e crescere grazie a loro, perché nelle favole i protagonisti sono capaci di sconfiggere le paure e risolvere i problemi in modo nuovo. Tutto questo in un clima di sicurezza emotiva, che consente al bambino di disattivare l’identificazione con il personaggio della storia ogni volta che l’emozione provata è troppo forte.

 

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I SEMI DEL MALE: 2 TIPI DI KILLER

Bisogna sempre essere cauti quando si valuta l’importanza dei fattori genetici, tuttavia è ormai chiaro che aggressività e violenza sono, in parte, ereditabili. L’aggressività può essere divisa in due categorie: aggressività reattiva (con un ereditabilità del 38%), cioè un’azione difensiva che si mette in atto in risposta ad un evento (ad esempio, vengo colpito e io restituisco il colpo); e quella proattiva (ereditabilità 50%), ovvero l’aggressione crudele e meschina che si usa per privare gli altri di qualcosa, messa in atto per il semplice gusto di “fare del male”.

 

CHE LEGAME CON GLI AGGRESSORI?

 

Si possono distinguere due tipi di aggressori, che rispecchiano le differenze descritte. Da un lato abbiamo gli aggressori reattivi, o assassini a sangue caldo, teste calde che scattano in modo fulmineo e sanguigno di fronte alle minime provocazioni. Questi personaggi sono connotati da un alto tasso di emotività e sregolatezza e possono reagire ferocemente in preda ad un impeto di rabbia, senza pianificare, programmare o pensare alle conseguenze delle loro azioni. Dall’altro lato abbiamo gli aggressori proattivi, freddi e spietati calcolatori, che hanno sempre uno scopo preciso da raggiungere; per questo motivo non lasciano nulla al caso, calcolano ogni mossa e pianificano ogni minimo dettaglio. Sono spesso metodici, razionali e posseggono spiccate capacità di problem solving.

 

BASI NEURALI DIFFERENTI TRA SERIAL KILLER E ASSASSINI REATTIVI?

 

Molti studi hanno dimostrato che gli assassini hanno un alto livello di attivazione delle regioni limbiche subcorticali soprattutto nell’emisfero destro. Queste regioni sono la sede delle emozioni.

 

· L’amigdala incendia le emozioni e stimola sia l’attacco predatorio, che quello affettivo
· L’ippocampo modula e regola l’aggressione e attiva l’attacco predatorio
· Il talamo è il collegamento tra le aree emozionali limbiche e le zone corticali regolate
· Il mesencefalo gestisce l’aggressione affettiva ed emozionale.

 

 

Inoltre presentano una ridotta attivazione a livello della corteccia prefrontale. Questo particolare tipo di malfunzionamento frontale può portare a diversi risultati:

 

 

· A livello emotivo causa la perdita di controllo, quindi ira e rabbia incontrollate
· A livello comportamentale causa una maggior accettazione del rischio, la tedenza all’irresponsabilità e al non rispetto delle regole
· A livello di personalità possono verificarsi impulsività, perdita di controllo di sé e incapacità a inibire o modificare certi comportamenti
· A livello sociale può causare immaturità, mancanza di tatto e scarsa opinione sociale
· A livello cognitivo si può verificare perdita di flessibilità intellettuale e incapacità di problem solving.

 

 

Dove sono le differenze?

 

 

Gli assassini reattivi, presentano entrambi i deficit descritti: ridotta attivazione prefrontale ed elevata attivazione limbica. Gli assassini proattivi (ad esempio i serial killer), invece, hanno un funzionamento prefrontale relativamente normale, infatti, come abbiamo visto, sono in grado di pianificare, di auto-regolarsi, non sono impulsivi ecc., tuttavia presentano un livello di attivazione limbica molto elevato.Ovviamente il legame causale tra malfunzionamento prefrontale e violenza è una questione ancora aperta poiché l’imaging cerebrale non dimostra la causalità. Ciò che invece è più chiaro è la correlazione esistente tra malfunzionamento della corteccia prefrontale e del sistema limbico con la violenza.

 

Bibliografia
Raine, A. (2016). L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine. Mondadori Education.
Baker, L. et al. (2008). Genetic and environmental influences on reactive and proactive aggression in children. Journal of Abnormal Child Psychology.
Raine, A. et al. (1997). Brain abnormalities in murderers indicated by positron emission tomography. Biological Psychiatry.
Elliott, F.A. (1992). Violence: The neurologic contribution: an overwiew. Archives of Neurology.
Amen, D.G. et al. (2007). An analysis of regional cerebral blood flow in impulsive murderers using single photon emission computed tomography. Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neurosciences.
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SINDROME DEL BURNOUT NELLA PROFESSIONE INFERMIERISTICA

 
Quando si parla di stress sul lavoro, e in particolare di sindrome del burnout, una delle prime categorie a cui dovremmo pensare sono gli infermieri e in generale tutti i professionisti sanitari.

 

COS’E’ IL BURNOUT?

 

Letteralmente burnout significa “bruciato”, “scoppiato”, “esaurito. Nel 1975 la psichiatra Maslach l’ha definito come una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso i pazienti, in pratica, una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi nei professionisti che lavorano a contatto con le persone e se ne prendono cura.

 

SINTOMATOLOGIA E CONSEGUENZE DEL BURNOUT

 

La persona colpita da burnout può sentirsi apatica, stanca, nervosa, soffrire di insonnia e accusare sintomi psicosomatici; inoltre, può manifestare una serie di sintomi psicologici, ad esempio, scarsa stima di se stesso, senso di colpa, frustrazione ecc.

 

Caratteristiche specifiche del burnout:

 

  • Diminuzione dell’impegno lavorativo. Un impiego che inizialmente era vissuto come motivante e ricco di prospettive, inizia gradualmente ad essere vissuto in maniera negativa e frustrante.
  • Deterioramento delle emozioni. I sentimenti positivi svaniscono e la persona inizia ad essere pervasa da rabbia, ansia e depressione.
  • Sovrapposizione tra la vita lavorativa e la vita personale. Le persone percepiscono il burnout come una crisi personale, ma in realtà è il posto di lavoro a presentare dei problemi.
  • Cambiamento di atteggiamento nei confronti dei pazienti. Gli operatori diventano indifferenti ai problemi dell’altro, distaccati e cinici.
LIVELLI DI BURNOUT NEGLI INFERMIERI

 

Negli infermieri, rispetto ad altri professionisti della salute, risultano livelli più elevati di burnout,  probabilmente dovuti al contatto diretto e prolungato con i pazienti, all’alto grado di coinvolgimento emotivo e ai bassi livelli di soddisfazione sul lavoro (Engelbrecht et al., 2008).

 

Diversi studi dimostrano un’incidenza maggiore nelle strutture che si occupano prevalentemente di patologie croniche, nello specifico oncologia (Barnard et al., 2006; Medland et al., 2004), nei reparti di psichiatria e nei raparti di  malattie infettive (Zenobi & Stefanile, 2007).

 

Gli studi sono scarsi, ma sembra che a livello europeo il 30% degli infermieri che lavorano nei reparti di terapia intensiva soffra di burnout (Michalsen & Hillert, 2011).

 

CAUSE DEL BURNOUT NEGLI INFERMIERI

 

In generale, le cause del burnout sono da ricercare nell’interazione di alcune caratteristiche personali (ad esempio la giovane età, l’introversione o la tendenza a porsi obiettivi irrealistici) con la struttura organizzativa in cui si lavora.  I contesti lavorativi caratterizzati da sovraccarico di lavoro, retribuzione inadeguata, lavoro su turni, presenza di professionisti con ruoli ambigui, che talvolta si sovrappongono, e una gerarchia di potere rigida favoriscono l’emergere del burnout nei lavoratori.

 

Molte delle caratteristiche elencate sono tipiche delle strutture in cui lavorano gli infermieri, infatti, è un lavoro a turni caratterizzato da ritmi intensi. Inoltre, l’infermiere instaura una relazione profonda con il paziente e deve confrontarsi costantemente con la sua sofferenza. Occuparsi del dolore degli altri in contesti organizzativi (ospedali, case di riposo, ecc.) che sono sempre più complessi, richiedono competenze professionali sempre più ampie e comportano anche un carico di lavoro burocratico, può risultare eccessivamente logorante dal punto di vista fisico ed emotivo.

 

COSA SI PUO’ FARE CONCRETAMENTE?

 

La persona che soffre della sindrome del burnout dovrebbe essere aiutata da uno psicologo, che può fornirgli degli strumenti utili per gestire questa difficile situazione sociale e lavorativa. Le aziende, però, dovrebbero mettere in atto delle strategie per creare ambienti di lavoro sani che riducano i rischi psicosociali sui dipendenti. Strategie utili sono: condividere la gestione del carico di lavoro con il gruppo, far partecipare attivamente i dipendenti alle decisioni dell’azienda, riconoscere le potenzialità di tutti i ruoli professionali, rafforzare le relazioni positive tra colleghi, ecc.

 

Merita una riflessione la struttura di potere piramidale degli ospedali: alla base ci sono gli ausiliari, seguono gli infermieri, poi ci sono i medici e al vertice c’è il direttore sanitario. Secondo tale modello, ogni professionista può ricevere ordini indiscutibili da chi è sopra di lui nella piramide, questo può favorire un senso di svalutazione della propria professionalità, soprattutto negli infermieri, che sono sempre più formati da un punto di vista professionale e hanno ottime competenze tecniche. Per questo motivo, potrebbe essere utile immaginare, almeno a livello mentale, una struttura di potere circolare dove ogni professionista costituisce un anello di una catena. Tutti i professionisti sarebbero sullo stesso paino e lavorerebbero simultaneamente per raggiungere un obiettivo comune. Per ridurre la conflittualità di potere sarebbe necessario comprendere che il medico non può fare a meno dell’infermiere, come l’infermiere non può fare a meno del medico ed entrambi non possono fare a meno degli ausiliari.

 

Il problema del burnout negli infermieri meriterebbe più attenzione da parte delle aziende sanitarie e della ricerca scientifica, perché servono numeri chiari e strategie efficaci. Non dimentichiamoci che “la società contemporanea, all’infermiere, quale professionista della salute, chiede un compito preciso e di elevata complessità tecnico-relazionale: essere il responsabile dell’assistenza generale infermieristica (D.M. 739/1994).
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NON RIESCI A RAGGIUNGERE I TUOI OBIETTIVI? POTREBBE DIPENDERE DALLA TUA AUTOSTIMA

 

 

Migliorare la tua autostima può essere un primo passo per vivere meglio e avere una risorsa in più per affrontare gli ostacoli che si frappongono tra te e il tuo obiettivo.

 

 

I TUOI OBIETTIVI
Raggiungere i tuoi obiettivi aumenta il tuo senso di benessere. E’ importante che tu sia consapevole che una buona autostima gioca un ruolo fondamentale nel successo. Vediamo cosa si intende per autostima e perché ha un ruolo così importante nel raggiungimento degli obiettivi.

 

AUTOSTIMA
L’Autostima è il sentimento che ognuno di noi ha del proprio valore e delle proprie capacità (Schaffer, 1996). Non è solo un sentimento globale, esiste un’autostima specifica per ogni settore, ad esempio quello lavorativo, quello emotivo, quello intellettuale, quello sportivo, ecc.

 

Una delle variabili che influenza maggiormente l’autostima è l’autoefficacia percepita, ovvero la valutazione delle proprie capacità nell’affrontare un compito. (Bandura, 1986)

 

IL RAGGIUNGIMENTO DELL’OBIETTIVO DIPENDE DALL’AUTOSTIMA
Per raggiungere un obiettivo di solito si affrontano 4 fasi:
  • Creare l’obiettivo: selezionare l’obiettivo, svilupparne i contenuti, analizzarne le priorità e le difficoltà
  • Sviluppare una strategia: definire un piano pratico e accessibile per raggiungere l’obiettivo
  • Tradurre in azione il piano
  • Monitorare i progressi raggiunti per capire se la strategia funziona ed eventualmente modificarla.
E’ stato dimostrato che una buona prestazione dipende dalla tua autostima. Potresti avere prestazioni scarse perché non credi nel tuo valore (Judge e Bono, 2001). Anche la sensibilità alle critiche, infatti, è molto più alta se hai una bassa autostima; questo potrebbe indurti a creare dei self-handicap (McCrea e Hirt, 2001), cioè degli ostacoli creati appositamente per non affrontare un compito per cui non ti senti all’altezza e per evitare, quindi, un giudizio sulle tue capacità.  Questi self-handicap quali, ad esempio, la mancanza di impegno, un malessere fisico, ecc. possono influire sulle prestazioni in modo molto negativo nonostante tu abbia le competenze per affrontare i compiti richiesti. Potresti, ad esempio, inventare un malessere fisico per non affrontare un colloquio di lavoro oppure per giustificare un eventuale fallimento. In conclusione, se hai una bassa autostima, hai una maggiore avversità al rischio (Josephs, Larrick e Nisbett, 1992), ciò ti porta ad evitare situazioni in cui potresti fallire (ricordati che però potresti anche farcela!) e ad avere più probabilità di perdere occasioni fondamentali per realizzarti.
 

 

Bandura, A. (1986). Social  foundations of thought and action. A social-cognitive theory. Prentice-Hall, Englewood Cliffs, NJ.

Josephs, R. A., Larrick, R. P., Steele, C. M., & Nisbett, R. E. (1992). Protecting the self from the negative consequences of risky decisions. Journal of Personality and Social Psychology, 62, 26–37.

Judge, T. A., & Bono, J. E. (2001). Relationship of Core Self-Evaluations Traits-Self-Esteem, Generalized Self-Efficacy, Locus of Control, and Emotional Stability-With Job Satisfaction and Job Performance: A Meta-Analysis. Journal of Applied Psychology, 86(1), 80-92.

McCrea, S. M., & Hirt, E. R. (2001). The role of ability judgments in self-handicapping. Personality and Social Psychology Bulletin, 27, 1378–1389.

Schaffer, H. R. (1996). Social Development. (Edizione italiana a cura di Anna Oliverio Ferraris). Raffaello Cortina Editore.

 

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OBIETTIVI DI VITA: MASCHI VS FEMMINE

Gli obiettivi di vita sono quegli obiettivi personalmente significativi e consciamente accessibili, che tutte le persone perseguono quotidianamente nella loro vita.

 

Varie ricerche hanno trovato una sostanziale differenza tra gli obiettivi di vita maschili e quelli femminili; sembra, infatti, che gli uomini tendano maggiormente a porsi obiettivi lavorativi e di potere, in pratica obiettivi di tipo materiale, quali successo lavorativo, alto guadagno, acquisizione di beni materiali, ecc.; mentre le donne siano più interessate ad obiettivi relazionali e di cura verso le altre persone, come ad esempio, cura della famiglia, del partner, dei figli ecc. (Salamela-Aro el al., 2000; Ferriman et al., 2009; Su et al., 2009)

 

Perché avviene tutto ciò? Siamo davvero così diversi?

 

Se non ci si ferma in superficie e si analizzano in profondità queste ricerche si evince un importante risultato da non sottovalutare: gli individui, non importa se maschi o fammine, nel periodo immediatamente successivo gli studi (diploma o laurea), mostrano obiettivi, abilità e preferenze professionali molto simili; tuttavia, verso i 35 anni, le differenze di genere diventano consistenti, soprattutto se si paragonano adulti senza figli con coetanei con almeno un figlio; le donne senza prole, infatti, incentrano la loro vita sul lavoro e perseguono gli stessi obiettivi degli uomini. (Monzani, 2012; Ferriman et al., 2009; Salamela-Aro et al., 2000)

 

QUINDI COSA INFLUISCE SU QUESTO CAMBIO DI DIREZIONE??

 

“In ambito lavorativo, purtroppo, si riproducono ancora abbastanza fedelmente i rapporti di potere e subordinazione tra uomini e donne e si perpetua nei confronti delle donne l’attribuzione dei ruoli in base al genere, determinando varie forme di discriminazione nelle opportunità di carriera ed anche nella retribuzione(Gherardi, 1995). I contesti lavorativi sono ancora saturi di logiche e modelli prettamente maschili, perchè da uomini sono stati creati e da ciò ne consegue che il modello maschile diventa la regola e quello femminile l’eccezione (Kanter). Di conseguenza l’organizzazione sociale così costituitasi e quindi la divisione del lavoro, producono differenze psicologiche tra uomini e donne, andando ad influenzare le credenze culturali comuni.

 

Le donne, in questo modo, non riescono a perseguire obiettivi realmente coerenti con le proprie inclinazioni e continuano a sentirsi in dovere di porsi obiettivi di cura; in pratica tendono a sacrificare gli obiettivi lavorativi per aderire alle aspettative sociali.

 

 

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