Categoria: FAMIGLIA

IO MI RISPOSO! COME AFFRONTARE LA FORMAZIONE DI UNA SECONDA FAMIGLIA.

 

Le famiglie ricostituite sono formate da una coppia convivente e i figli dell’uno e/o dell’altro partner nati da una precedente unione. Queste famiglie devono affrontare difficoltà specifiche e il  modo in cui verranno affrontate  dipende principalmente dal modo in cui è stata rielaborata l’esperienza della separazione.

 

I figli della famiglia ricostituita devono riuscire a mantenere i rapporti con i genitori non conviventi e con le loro famiglie d’origine, ma devono anche sviluppare nuove relazioni con la famiglia del genitore acquisito.

 

I genitori della famiglia ricostituita devono affrontare 3 compiti principali, che incidono notevolmente sul benessere dei figli e sulla solidità del nuovo nucleo famigliare.

 

  1. COSTRUIRE UN’IDENTITÀ DI COPPIA MATURA E RIDEFINIRE I PRECEDENTI LEGAMI TRA GENITORI E FIGLI.

È necessario elaborare il sentimento di perdita e fallimento provocato dallo scioglimento della precedente unione. Se questo non accade, il padre può diventare assente ed essere sostituito dal nuovo partner (diade dissolta); le battaglie legali possono essere portate avanti per molti anni e i genitori possono prendersi cura dei figli  con modalità competitive, includendo nella competizione anche i nuovi partner (colleghi arrabbiati); talvolta il conflitto è tale che ciascun genitore cerca di estromettere l’altro ed è necessario l’intervento del tribunale dei minori (nemici furenti). Può capitare che una coppia di ex coniugi condivida la mancata rielaborazione della separazione e mantenga dei rituali famigliari, ad esempio trascorrere le festività insieme. In questo caso i figli godono di buoni rapporti con entrambi i genitori, ma possono essere confusi a causa della scarsa chiarezza della nuova situazione (amici perfetti). Se invece la separazione è stata elaborata dal punto di vista psicologico e vi è un buon investimento nella nuova relazione, i figli possono godere dei vantaggi di avere due famiglie in cui collaborano più figure allevanti (colleghi collaboranti).

 

  1. SVILUPPARE RELAZIONI ADEGUATE TRA GENITORI ACQUISITI, FIGLI ACQUISITI E FRATELLI ACQUISITI.

I figli possono essere ostili nei confronti del nuovo partner, perché rappresenta la perdita della speranza di una riunione familiare. I bambini possono anche avere il timore di essere abbandonati dal proprio genitore, che ha il desiderio di momenti di privacy con il nuovo partner, ma non dovrebbe perdere gli spazi e i tempi che dedicava ai figli prima dell’arrivo del nuovo compagno. Generalemnte i figli di genitori separati continuano a vivere con la madre ed è importante che la madre li rassicuri  sul proprio affetto e sul fatto che il nuovo partner non imporrà nuovi modelli educativi e affettivi. I rapporti tra i fratelli acquisiti possono essere molto problematici, ma la causa risiede nei comportamenti degli adulti. In particolare, le litigate tra i genitori per il comportamento dei figli e  il non trattare in modo uguale i figli biologici e acquisiti in relazione alla conduzione della vita famigliare.

 

  1. COSTRUIRE UN SENSO DI APPARTENENZA ALLA NUOVA UNITÀ FAMILIARE.

Raggiungere questo obiettivo non significa una costante identificazione comune in un Noi, ma essere capaci di curare la propria relazione con i figli sapendo che l’altro avrà rispetto di questa relazione e avere fiducia nel fatto che l’altro condivide i principali obiettivi per i quali ci si sta impegnando.

 

Costruire una seconda famiglia felice è sicuramente possibile, ma è necessario essere consapevoli che dovranno essere affrontate alcune difficoltà. Dover diventare un gruppo, senza che tutti i componenti abbiano una storia familiare condivisa, richiede una sforzo. È importante il dialogo continuo tra tutti i membri e l’impegno nel capire i sentimenti che stanno affrontando i bambini.

 

Bibliografia

Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia di Marisa Malagoli Togliatti e Anna Lubrano Lavadera. Il Mulino, 2002.

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LAVORARE CON I BAMBINI: LA SCATOLA DELLE EMOZIONI

 

Svolgendo un lavoro con alcuni bambini della scuola dell’infanzia abbiamo costruito la scatola delle emozioni. Vogliamo condividere con voi i motivi per cui abbiamo creato la scatola e spiegarvi come funziona, perché è un gioco semplice che può essere costruito e usato anche dai genitori o da chiunque si relazioni con i bambini.

Sviluppare l’intelligenza emotiva, cioè la capacità di riconoscere i sentimenti, dare un nome alle emozioni e comprendere il legame tra pensieri, stato emotivo e reazioni,  è fondamentale per il benessere dei bambini e crea le basi per uno sviluppo sano che avrà effetti positivi anche durante l’adolescenza e la vita adulta.
Spesso i bambini non riescono a comprendere ed esprimere con le parole le emozioni che sperimentano. Giocare con le emozioni consente ai bambini di acquisire abilità importanti e crea uno spazio in cui possono esprimere liberamente i sentimenti che provano, anche i più difficili.


Nella scatola delle emozioni abbiamo inserito i barattoli della gioia, tristezza, rabbia e paura. Su ogni barattolo abbiamo disegnato il volto dell’emozione corrispondente e all’interno abbiamo inserito disegni da colorare, storie da raccontare e giochi per aiutare il bambino a familiarizzare con ogni specifica emozione. Ad esempio, nel barattolo della gioia, abbiamo inserito il dado della felicità che potete vedere nelle foto, ma è possibile inventare tanti giochi diversi a seconda delle esigenze. I bambini attraverso il gioco imparano ed esprimono se stessi. Con l’artificio delle favole, inoltre, i bambini possono identificarsi con i personaggi e crescere grazie a loro, perché nelle favole i protagonisti sono capaci di sconfiggere le paure e risolvere i problemi in modo nuovo. Tutto questo in un clima di sicurezza emotiva, che consente al bambino di disattivare l’identificazione con il personaggio della storia ogni volta che l’emozione provata è troppo forte.

 

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LE SOMATIZZAZIONI NEI BAMBINI

 

Le somatizzazioni riguardano il delicato rapporto tra mente e corpo. In generale, più il bambino è piccolo, più è probabile che il suo disagio venga veicolato attraverso sintomi somatici.

 

Cosa significa il termine psicosomatico?

È un termine che ha diversi significati e spesso ci si è interrogati sull’adeguatezza di questa parola. Trombini e Baldoni (1999) hanno elencato i diversi significati clinici del termine “psicosomatico”:

  • Sospetto che una patologia somatica abbia un’origine psichica
  • Influenza di fattori psicologici su processi corporei
  • Studio dell’influenza che i processi corporei hanno sulla psiche (somatopsichico)
  • Alterazione delle funzioni di un organo o di un apparato senza una base biologica
  • Modalità di approccio al paziente nella quale si tengono presenti le componenti corporee, psicologiche e sociali
  • Modalità di relazione tipica di una famiglia nella quale uno o più membri sono predisposti ad ammalarsi somaticamente.

Il termine somatizzazione descrive bene l’attuale prospettiva secondo cui le manifestazioni psicosomatiche sono il risultato di un’interazione tra fattori psicologico-emotivi e una predisposizione costituzionale.

Il disturbo da somatizzazione è caratterizzato da un pattern cronico di complicanze fisiche per le quali non è possibile identificare una causa organica, nonostante gli accurati esami medici.

 

Dolori addominali ricorrenti

Le sindromi da dolore ricorrente più frequenti nell’infanzia sono la cefalea e il dolore addominale (Scharff, 1997).  È sempre necessario escludere possibili cause organiche, che mediamente vengono riscontrate nel 6-10% dei casi. I dati indicano che una grande percentuale di bambini soffre di dolore cronico senza che vi sia una causa organica scatenante, perciò,  nella pratica clinica, è necessario tenere in considerazione i fattori psicologici. In particolare, bisogna valutare la capacità del bambino di gestire le emozioni e l’ansia. Quest’ultima è molto comune, insieme alla depressione e ai disturbi di somatizzazione, nelle madri dei figli che soffrono di dolore cronico. I genitori, inoltre, possono influenzare il comportamento del bambino nei confronti del dolore, creare alti livelli di stress nella vita del figlio con la loro stessa patologia o fornire un vantaggio secondario, ad esempio, dando le giuste attenzioni al bambino solamente  grazie al dolore che prova.  È importante considerare il tipo di risorse che il bambino ha per fronteggiare gli stress, nonché le sua modalità di percepire gli eventi.

La terapia psicologica è utile per ridurre la gravità e la frequenza del dolore cronico nell’età evolutiva e dovrebbe coinvolgere il bambino, la famiglia e la scuola.

 

Il contributo di Winnicott

Winnicott ha descritto i comportamenti infantili prendendo in considerazione sia gli aspetti psichici che somatici dello sviluppo. L’autore ha anche introdotto il concetto di “preoccupazione materna primaria”, spiegando che un atteggiamento sufficientemente buono da parte della madre offrirà al bambino una realtà da cui dipendere e nella quale sviluppare l’integrazione psicosomatica (la psiche riesce ad abitare il corpo). Un fallimento evolutivo può “provocare un ‘insicurezza dell’abitare dentro”. Alcuni autori, anche recentemente, hanno confermato l’idea che una mancata sintonizzazione affettiva con la madre può tradursi in dolori del corpo. L’interazione madre bambino, infatti, non regola solamente il funzionamento mentale del bambino, ma anche quello fisiologico.

È dunque ulteriormente confermata la necessità di una terapia psicologica che prenda in carico il bambino e tutto il suo sistema familiare.

 

Bibliografia

Fondamenti di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. A cura di Vincenzo Guidetti. Il mulino, 2005.

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LA SINDROME DI DOWN: UN APPROCCIO EVOLUTIVO

Disturbi come la sindrome di Down, che sono di origine genetica (ma non necessariamente ereditarie), hanno cominciato a ricevere un diverso tipo di attenzione nella ricerca negli ultimi decenni. I ricercatori hanno iniziato a esaminare come l’insulto genetico, coinvolto nei vari disturbi, predisponga i bambini a tipi specifici di risultati. Questo approccio scientifico ha portato a quella che oggi è intesa come ricerca dei “fenotipi comportamentali” – o modello di forza e debolezza del comportamento – associati a malattie genetiche.

Vi è ora la prova schiacciante che esistono diversi tipi di disabilità intellettiva organica, in particolare di quelle disabilità di origine genetica, che portano a diversi profili di performance dello sviluppo. Così, mentre due bambini con diverse malattie genetiche come la sindrome di Down e la sindrome di Williams possono ottenere punteggi standard simili nelle misure globali di QI, possono mostrare profili di prestazioni molto diversi, quando vengono esaminati i domini specifici dello sviluppo.

Desciviamo nello specifico il fenotipo comportamentale della sindrome di Down nei vari settori: nel settore cognitivo, in quello della vita sociale, nel dominio linguistico, motorio, e psicopatologico.

 

-Lo sviluppo cognitivo nei bambini con questa sindrome inizia in modo abbastanza tipico e rallenta dopo i primi due anni; ciò può essere correlato al ritardo della mielinizzazione del cervello durante questo periodo di sviluppo.

Cognitivamente, la maggior parte dei bambini con sindrome di Down rientra nella gamma di disabilità intellettiva che va da lieve a grave e mostra un profilo di relativa forza e debolezza.

Fidler, Philofsky, Hepburn e Rogers hanno osservato deficit dello sviluppo del pensiero strumentale (mezzi-fini) in età prescolare, rispetto a bambini con altri ritardi dello sviluppo. L’apprendimento per i bambini con sindrome di Down tra la nascita e gli 11 anni può essere caratterizzato dalla difficoltà nel mantenimento delle competenze esistenti e l’uso persistente di vecchie strategie produttive, per i nuovi compiti di problem-solving.

In età scolare e adolescenziale, l’elaborazione visuo-spaziale tende ad essere forte (coerente con l’età mentale) rispetto alla componente verbale, con particolare difficoltà nella memoria di lavoro e nella memoria verbale a breve termine. La memoria a lungo termine per le informazioni esplicite (cioè, parole, rappresentazione visiva, ecc) è molto più complicata per i bambini con questa sindrome, rispetto ai controlli appaiati con altre forme di ritardo mentale. Non è stato osservato un “tetto” di sviluppo cognitivo, quindi la ricerca ha suggerito che l’apprendimento continui col passare degli anni, in adolescenza e anche in età adulta.

 

-Lo sviluppo del linguaggio e quello della comunicazione sono stati descritti in modo approfondito in molti settori. Sono caratteristici in questa sindrome, i ritardi linguistici, infatti è osservabile un’accelerazione nell’apprendimento del linguaggio solo ad un’età compresa tra due e quattro anni. Le difficoltà presenti nell’udito inoltre hanno un impatto negativo sullo sviluppo del linguaggio in DS. Miller ha riferito che i progressi nell’età mentale sembrano essere strumentali allo sviluppo del linguaggio, notando che con l’aumentare dell’età mentale, i bambini con sindrome di Down sembrano avere maggiori guadagni nel capire il linguaggio piuttosto che nelle competenze linguistiche espressive. Un profilo di forza nel linguaggio ricettivo ripetto al linguaggio espressivo emerge nei bambini DS già nei i primi anni di vita e diventa più pronunciato quando i bambini entrano nella media infanzia.

Tra le specifiche aree all’interno del linguaggio, un’area linguistica in cui si è notata particolare difficoltà è quella della sintassi.

Mentre alcuni autori hanno suggerito che la pragmatica – o l’uso sociale del linguaggio – sia un’area di relativa forza nei Down (DS), altri autori hanno notato delle difficoltà nella pragmatica, in particolare in alcuni aspetti della comunicazione referenziale.

 

Nei termini di sviluppo sociale, quest’area è generalmente un’area di forza nei DS che non hanno anche una diagnosi di autismo. Gli individui con DS, infatti, sono stati spesso descritti come “affascinanti”, “affettuosi”, “allegri”, “felici”, e “socievoli”.

 

-Le funzioni motorie sono un’altra area importante che ha ricevuto attenzione nelle ricerche sui bambini DS. E’ caratteristico della sindrome di Down uno scarso tono muscolare, così come la mancanza di controllo della rigidità muscolare; entrambi i fattori hanno probabilmente un impatto negativo sullo sviluppo motorio.

 

Infine, completa il fenotipo comportamentale per la sindrome di Down, la comprensione delle caratteristiche psicopatologiche dei bambini con sindrome di Down. In generale, i bambini con questa sindrome mostrano circa la metà del rischio di avere una psicopatologia rispetto ai bambini con altre forme di ritardo mentale. Ciò nonostante, sono stati documentati: iperattività, aggressività, testardaggine, disobbedienza, disattenzione e impulsività.

 

Ulteriori risultati dell’ “approccio evolutivo”

Anche se sussistono molte domande per quanto riguarda l’applicazione pratica delle raccomandazioni specifiche per ogni sindrome nei contesti educativi, i ricercatori stanno cominciando a capire che la specificità del fenotipo comportamentale della sindrome di Down e delle altre malattie genetiche, è in grado di guidare il processo decisionale nella pianificazione didattica; è di aiuto per identificare e monitorare potenziali aree di vulnerabilità, e aiuta le famiglie ad avere un atteggiamento più proattivo nel plasmare le traiettoria di sviluppo del loro bambino.

Nella sindrome di Down, i risultati degli studi sull’elaborazione delle informazioni hanno avuto il potenziale di permettere il modellamento della presentazione dei materiali nei contesti educativi.

I punti di forza osservati nell’elaborazione visiva e i deficit osservati nell’elaborazione verbale, hanno permesso di capire che le presentazioni di istruzioni verbali devono essere accoppiate con supporti visivi.

La scissione osservata tra linguaggio recettivo (comprensione) ed espressivo (produzione) suggerisce che gli educatori possono implementare il livello recettivo linguistico del bambino – il loro vero livello di comprensione – nonostante le loro capacità linguistiche espressive possano farli apparire come bambini con un livello di funzionamento più basso.

Se prendiamo in considerazione l’orientamento della personalità e della motivazione, che comporta un eccessivo affidamento sulle strategie sociali, ciò può aiutare gli educatori a puntare sulla motivazione sociale in situazioni in cui è appropriato, ma a limitare le opportunità sociali nei momenti in cui non è appropriato.

 

Queste (e altre) raccomandazioni sono generate da una ricca comprensione dei modi in cui la sindrome di Down impatta sullo lo sviluppo e sugli obiettivi, e può consentire agli educatori di prendere decisioni più informate per quanto riguarda il loro approccio pedagogico.

 

Bibliografia

Fidler DJ, Most DA and Philofsky AD. The Down syndrome behavioural phenotype: Taking a developmental approach.

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NON ESISTONO PIÙ GLI ADOLOSCENTI DI UNA VOLTA

 

Le nostre famiglie, i ruoli genitoriali e quelli delle donne e degli uomini sono profondamente cambiati rispetto a quelli di qualche anno fa. I motivi sono molteplici, ad esempio, i cambiamenti culturali ed economici, l’ingresso della donna nel mondo del lavoro o le moderne tecnologie ecografiche. Tralasciando le cause di tale trasformazione,  rimane evidente il passaggio da una famiglia tradizionale e normativa ad una famiglia affettiva e relazionale.

 

Come avviene l’educazione nella famiglia affettiva e relazionale?

Nelle famiglie tradizionali i genitori ritenevano normale farsi obbedire dai propri figli e utilizzare le punizioni, quando necessario. Agli occhi degli adulti, infatti il bambino era caratterizzato da desideri e pulsioni da contenere. In questa organizzazione, il ruolo di un padre severo, capace di preparare il figlio alla vita, e il sentimento della colpa erano protagonosti.  Nelle famiglie moderne, invece, il bambino è visto come una persona unica, le cui competenze e caratteristiche devono essere sostenute dai genitori fin dalla più tenera età. Ogni genitore cerca di far comprendere al figlio le ragioni delle proprie azioni educative, evitanto il più possibile di creare conflitto e sofferenza.

 

Che effetti ha il nuovo  modello educativo sugli adolescenti?

Gli adolescenti delle famiglie tradizionali provenivano da un’educazione che li aveva resi avezzi al dolore mentale. Per realizzare se stessi entravano in conflitto con i genitori e trasgredivano le norme, affrontando la sofferenza provocata dal senso di colpa. Gli adolescenti di oggi sembrano essere molto più pacifici ed entrano meno in conflitto con i genitori, che continuano ad essere visti come alleati anche quando si cresce. Questo non significa che i ragazzi non debbano più affrontare grandi difficoltà per realizzare se stessi, ma che essendo mutato il contesto sociale e familiare, sono fortemente cambiate le sfide adolescenziali. Gli adolescenti moderni sono stati bambini che hanno sperimentato poca sofferenza mentale, ma  che hanno sentito su di sé grandi aspettative, infatti, il compito principale da affrontare nella fase adolescenziale è di tipo narcisistico. I ragazzi per separarsi dai genitori devono vivere la delusione delle aspettative che avevano coltivato durante l’infanzia  e definire la loro nuova identità, ridimensionando ideali grandiosi. In questa realtà il sentimento prevalente non è il senso di colpa, ma il senso di vergogna.

 

Il giovane adulto

Fino a qualche decennio fa la fase adolescenziale era seguita dall’ingresso nella vita adulta, invece, oggi, complici motivi economici e culturali, i ragazzi rimangono per molti anni in una fase che è definita “fase del giovane adulto”. In questa fase i compiti sono diversi da quelli dell’adolescenza, perché non ci sono tumulti dovuti alle tempeste identitarie, ma sono anche diversi da quelli dell’età adulta, infatti, generalmente, non ci sono progetti di vita stabili legati, ad esempio, alla costruzione di una famiglia e non c’è l’indipendenza economica. Sostanzialmente, il giovane adulto, che prima è stato un adolescente narcisisticamente fragile, figlio di una famiglia affettiva in cui c’era poco conflitto e tanto rispecchiamento, fatica, sia a livello intrapsichico sia concreto, a separarsi e  abbandonare  la  nicchia  affettiva  primaria,  al  di  là  delle  difficoltà  sociali  ed  economiche. Infatti, l’età degli anni universitari sembra lasciare spazio alla possibilità di sperimentarsi in contesti legati agli amici, ai viaggi e alle proprie passioni, ma è seguita da una nuova fase di transizione dell’ingresso nel mondo adulto del lavoro, che spesso è difficile e richiede di elaborare il lutto del giovane adulto studente per lasciare spazio al vero ingresso nella fase adulta.

La presenza di nuovi modelli educativi o di nuove fasi di vita non è di per sé né positiva né negativa. Anche l’adolescenza è una fase che è stata definita e vissuta in modo diffrente a seconda delle epoche e dei contesti culturali. È importante, però, conoscere e definire i fenomeni che caratterizzano l’ambiente in cui viviamo.

 

Bibliografia

Giovane adulto. La terza nascita. Matteo Lancini e Fabio Madeddu. RaffaelloCortinaEditore, 2014.

La famiglia è cambiata. Anche per i figli. Matteo Lancini. Psicologia Contemporanea, N. 250.

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QUALI SONO LE COMBINAZIONI DI COPPIA PIU’ COMPATIBILI?

Il legame di attaccamento (Bowlby) è un legame di lunga durata, emotivamente significativo, che ha 4 caratteristiche: è selettivo, comporta la ricerca della vicinanza fisica, fornisce benessere e sicurezza e provoca angoscia alla separazione dal cargiver. Può essere di tre tipi: sicuro, insicuro/ambivalente o insicuro/evitante.

Nei legami affettivi tra adulti il legame di attaccamento è organizzato in modo meno semplice, ma presenta sempre tre stili distinti: sicuro, insicuro preoccupato (ambivalente) e insicuro distanziante (evitante).

  • Stile SICURO: i partner esprimono apertamente il bisogno di conforto, la richiesta e l’offerta di aiuto; sono in grado di riparare la relazione nei momenti di conflitto; valorizzano empaticamente i pansieri e i sentimenti del partner.
  • Stile DISTANZIANTE: i partner escludono in modo difensivo le emozioni e negano i sentimenti di dipendenza e vulnerabilità; negano o aggrediscono i bisogni di dipendenza e conforto emotivo del partner; questi bisogni del partner, inoltre, intensificano la risposta difensiva e distanziante.
  • Stile PREOCCUPATO: i partner si dimostrano eccessivamente intrusivi, richiedenti e dipendenti; enfatizzano le emozioni negative; sono convinti del fatto che il partner non possa soddisfare i loro bisogni; inoltre il senso di deprivazione cronica può essere espresso in modo rivendicativo.

Il senso di sicurezza e il benessere generale esperiti dai membri della diade nei legami sentimentali, dipende quindi, in parte, dalla tipologia dei modelli di attaccamento di entrambi i partners. Le relazioni che nascono dai diversi matching di coppia possono portare grande soddisfazione, ma possono anche costituire occasione di infelicità, stress e conflitto.

In una coppia in cui entrambi i partner sono portatori di un attaccamento sicuro è presente una modalità di condurre il rapporto basata sulla reciprocità e sulla flessibilità; in questo caso i partner riescono a porsi come figure dipendenti, ma anche come oggetti di dipendenza in modo alternato. Al contrario, nelle coppie con stili di attaccamento insicuri si creano aspetti di rigidità e ripetitività e un certo grado di assimetria tra partner per cui non vi è alternanza tra “cargiving” e “careseeking”.

I MATCHING

Il matching SICURO/SICURO: in queste coppie i due partner sono entrambi caratterizzati da flessibilità emotiva e di interdipendenza; queste due caratteristiche consentono ai due partner di porsi in modo alternato, sia come soggetto che offre accudimento, sia come soggetto che lo chiede e che lo riceve. In queste coppie i parter sono in grado di affrontare il tema degli affetti positivi e negativi in modo consapevole e riflessivo, sono in grado, inoltre, di modulare e regolare gli affetti.

Il matching SICURO/INSICURO: questo tipo di incontro tra stili di attaccamento da origine a relazioni di coppia potenzialmente funzionanti. Il partner sicuro, grazie alla propria flessibilità, all’apertura e all’impegno, potrebbe creare un’esperienza correttiva, dal punto di vista emotivo, per il partner insicuro. Capita più frequentemente che la partner insicura si avvicini ad uno stato mentale sicuro quando il partner sicuro nella coppia è il maschio.

Il matching INSICURO/INSICURO: queste coppie sono caratterizzate da aspetti di elevata insoddisfazione, conflitto e grandi difficoltà relazionali. Tuttavia le varie combinazioni diadiche posso dar luogo a esiti differenti. Vediamole nel dettaglio:

  • Matching DISTANZIANTE/DISTANZIANTE: in queste coppie entrambi i partner negano al compagno bisogni di accudimento, dipendenza e vulnerabilità. Anche l’espressione degli affetti è controllata e coartata mentre vengono enfatizzati eccessivamente gli aspetti di indipendenza e autosufficienza.

Queste coppie tendono ad evitare il conflitto, ma il clima emotivo è poco regolato a causa di atteggiamenti rabbiosi tra i partner.

  • Matching DISTANZIANTE/PREOCCUPATO: in queste coppie è difficile che si costruisca una regolazione reciproca, e risulta molto difficile per i partner sintonizzarsi tra loro. Vi è un forte sbilanciamento di ruoli tra chi chiede accudimento e vicinanza emotiva (partner preoccupato) e chi nega l’importanza dei bisogni espressi dal compagno (partner distanziante).

In queste coppie i livelli di conflitto possono essere elevati e la soddisfazione dei partner molto bassa a causa della mancanza di sicurezza percepita.

Quando è la donna ad avere un modello di attaccamento preoccupato la coppia può risultare relativamente stabile, perché generalmente gli uomini distanzianti tendono ad evitare il conflitto. In questo caso i rapporti di coppia possono avere una lunga durata, nonostante la poca soddisfazione e la fredezza del partner distanziante.

  • Matching PREOCCUPATO/PREOCCUPATO: in queste coppie entrambi i partner amplificano le richieste di vicinanza e accudimento, che però non sono colmabili completamente. Se un partner percepisce i comportamenti dell’altro come inadeguati, può facilmente mettere in atto comportamenti di rifiuto verso gli sforzi compiuti dal compagno.

In queste coppie, se non c’è una risposta bilanciata ai bisogni dell’altro e non vi è sufficiente reciprocità, si possono manifestare n certo grado di disaccordo e conflitto.

Ovviamente l’attaccamento non spiega tutti i possibili aspetti e tutti i possibili risvolti delle relazioni amorose; anche i sistemi motivazionali della sessualità e del prendersi cura hanno un loro ruolo nel costruire la qualità della relazione romantica. Potremmo, infatti, trovare coppie con un legame di attaccamento positivo che decidono di separarsi a causa di uno sbilanciamento negli altri sistemi motivazionali.

 

Bibliografia

Psicologia delle relazioni di coppia, di L. Carli et al., 2009. Il Mulino.

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TIPOLOGIE DI EX CONIUGI DOPO IL DIVORZIO

Le emozioni sono una delle cose più complesse da gestire, quando ci si trova a dover affrontare una separazione o un divorzio; spesso, infatti, i due ex coniugi si trovano letteralmente in balia di emozioni incontrollate, non riconosciute e soprattutto non elaborate. Per poter superare questo difficile momento i due ex coniugi devono riuscire ad elaborare l’esperienza di perdita e quindi il lutto ad essa legato. Il lutto per una separazione, come il lutto per la morte di una persona amata, è una reazione potente e duratura ed è un insieme di emozioni complesse. Secondo Elizabeth Kübler Ross le fasi del lutto legate alla morte sono quattro: rabbia, negazione, depressione ed infine accettazione; per la maggior parte delle persone il lutto termina con l’accettazione.

 

Il lutto legato al divorzio, al contrario, non ha mai veramente fine, quando ci sono dei figli, poichè spesso, a causa degli obblighi che entrambi i genitori hanno nei confronti dei bambini, si creano occasioni che possono riaprire vecchie ferite, solo parzialmente rimarginate. Secondo Robert Emery il modello del lutto legato al divorzio non segue una linea retta come il modello del lutto legato alla morte, bensì è un modello ciclico, in cui le persone si muovono ricorsivamente tra amore, rabbia e tristezza; inizialmente provano in modo intenso un’emozione alla volta e poi col passare del tempo provano emozioni meno violente e meno distinte, poichè le loro sensazioni iniziano piano piano a mescolarsi tra loro. È proprio questo il momento in cui le persone arrivano ad avere una visione più realistica e meno dolorosa del divorzio.

 

Tuttavia, quando questa fusione di emozioni non si verifica, le persone rimangono intrappolate in una tra le fasi descritte. Chi è rimasto intrappolato nella fase dell’amore, ad esempio, potrebbe negare la realtà della rottura e cercare a tutti i costi una riconciliazione; chi è vittima della propria rabbia potrebbe agire sulla base della vendetta e del rancore; chi si è incagliato nella fase della tristezza potrebbe essere colto da esagerati sensi di colpa e depressione. Rimanere intrappolati in una di queste fasi spesso danneggia soprattutto i figli, che invece andrebbero protetti; può diventare, infatti, molto difficile difendere l’interesse dei propri bambini quando ci trova coinvolti in questa serie di complicazioni emotive a seguito del divorzio.

 

Ahrons ha evidenziato 5 tipologie di riorganizzazione genitoriale e coniugale, che possono verificarsi dopo la separazione, strettamente legate alla capacità dei due ex coniugi di elaborare in modo corretto le proprie emozioni e di raggiungere il divorzio psichico.

 

  • La diade dissolta: è la classica situazione in cui il genitore non affidatario, di solito il padre, sparisce quasi completamente. In molti casi, in questa situazione, ci si trova di fronte ad una sindrome di alienazione parentale, in cui il genitore affidatario mette in atto una serie di comportamenti volti a svalutare e denigrare l’altro genitore. Questi comportamenti spesso sono guidati dalla rabbia.
  • Gli amici perfetti: in questa tipologia rientrano le coppie che condividono la mancata rielaborazione della separazione. Queste coppie non litigano e mantengono buoni rapporti di amicizia, inoltre, i figli godono di relazioni adeguate con entrambi i genitori. Tuttavia, quando in questa situazione entra in gioco un nuovo partner stabile, emergono i problemi; la presenza di un/a nuovo/a compagno/a fa cadere i precedenti pseudoaccordi ponendo i due ex coniugi di fronte all’obbligo improvviso di elaborare la perdita connessa alla separazione.
  • Colleghi collaboranti: sono ex coniugi che si sono separati non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista psicologico e che, quindi, possono investire in una nuova relazione senza che l’altro si intrometta. I figli riescono ad avere buoni rapporti con entrambi i genitori biologici e con le loro rispettive famiglie, inoltre godono di una situazione in cui i genitori collaborano e formano una buona coalizione con una temporanea alleanza.
  • Colleghi arrabbiati: sono ex coniugi che non hanno raggiunto il divorzio psichico e continuano le battaglie legali anche per molti anni dopo la separazione. Entrambi vogliono occuparsi dei figli, con modalità competitive e non collaborative e tendono ad allearsi con i figli contro l’altro genitore.
  • Nemici furenti: in questo caso tra gli ex coniugi il conflitto è talmente elevato che non può esserci alcuna forma di collaborazione e ci si rivolge al tribunale per qualunque decisione riguardante le funzioni genitoriali. Ciascuno dei due genitori cerca, in ogni modo, di estromettere l’altro dalla vita dei figli.
Per passare al di là del divorzio e non rimanerne intrappolati è necessario vivere il lutto legato alla separazione, elaborarlo, condividerlo e soprattutto occorre saper perdonare l’altro; vivere il lutto significa non negarlo e imparare a riconoscere la presenza dei sentimenti di amore, rabbia, tristezza.

 

Ciò che i genitori fanno dopo un divorzio (il loro stile genitoriale, le loro reciproche relazioni e i loro accordi) costituisce il nodo cruciale su cui si può inserire la resilienza del bambino nell’affrontare il divorzio medesimo” (R. Emery).

 

Per un buon approfondimento vi consigliamo di leggere: “La verità sui figli e il divorzio. Gestire le emozioni per crescere insieme” di Robert E. Emery.

 

 

Bibliografia

La verità sui figli e il divorzio. Gestire le emozioni per crescere insieme, di R.E. Emery, 2008. Franco Angeli Editore.

Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia di M. Malagoli Togliatti e A. Lubrano Lavadera, 2002. Il Mulino.

 

 

 

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I FIGLI E IL DIVORZIO

Il divorzio rappresenta una perdita per chiunque, ma nel caso dei bambini, spesso, è il primo grande evento critico in grado di sconvolgerne la vita. Non si può negare che sia un evento molto doloroso per i bambini, che devono adattarsi ad una serie di eventi nuovi e traumatici: spesso iniziano a vivere in due case diverse, con un genitore o con l’altro singolarmente; si riducono i momenti di contatto con almeno un genitore, il che può comportare un peggioramento della relazione genitore-figlio; inoltre, sono costretti a sopportare l’idea di non veder più vivere i genitori sotto lo stesso tetto. In una situazione così delicata è facile intuire quanto sia importante ed essenziale il ruolo dei genitori; essi hanno il dovere di far capire ai figli che saranno sempre accanto a loro. Se i genitori si dimostrano amorevoli e comprensivi, capiscono la prospettiva dei bambini e agiscono in prima istanza nel loro interesse, i figli potranno comunque superare l’evento traumatico senza gravi conseguenze e potranno avere un’infanzia felice. Soltanto i genitori, quindi, in quanto adulti di riferimento, hanno il potere di proteggere i loro figli, mettendo sempre al primo posto i loro bisogni, le loro emozioni e le loro priorità.

 

I DIRITTI DEI BAMBINI NEL DIVORZIO

 

I genitori divorziati devono farsi carico delle proprie responsabilità e devono garantire ai figli alcuni diritti fondamentali.

 

1# i bambini devono poter amare ed essere amati da entrambi i genitori senza sentirsi in colpa o venire biasimanti
2# essere protetti dalla rabbia dei propri genitori
3# non essere costretti a scegliere da che parte stare e non essere eletti a confidenti
4# non essere costretti a scegliere un genitore
5# non dover sopportare il carico di problemi di uno dei genitori
6# essere informati in anticipo dei cambiamenti che avverranno nella loro vita
7# ricevere il mantenimento adeguato
8# poter esprimere le proprie emozioni e poterne parlare con entrambi i genitori
9# avere una vita serena
10# poter essere bambini

 

Ciò che i genitori faranno dopo il divorzio, i loro accordi, le loro relazioni, il loro modo di comportarsi con l’ex partner e con i bambini, il loro stile genitoriale, ecc., costituirà il nodo cruciale nello sviluppo della resilienza dei bambini. Tuttavia, per riuscire a mettere davvero i figli al primo posto, i genitori dovranno affrontare un arduo compito: imparare a conoscere le proprie emozioni, per riuscire a ridurre il più possibile i conflitti con l’ex partner.

 

Bibliografia
La verità sui figli e il divorzio. R. E. Emery, 2008, FrancoAngeli Editore
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IL BULLISMO

CARATTERISTICHE DEL BULLISMO
Secondo Olweus (1986), il bullismo si può definire nel seguente modo: uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.

 

In generale, i maschi sono maggiormente esposti al bullismo diretto, caratterizzato da attacchi aperti nei confronti della vittima, mentre le femmine sono più esposte al bullismo indiretto, cioè a forme di isolamento sociale e di esclusione intenzionale da parte del gruppo dei pari. Sembra, inoltre, che sia i genitori delle vittime, che quelli  dei prevaricatori non siano a conoscenza del problema; tuttavia, è emerso che gli insegnanti sono consapevoli del problema e hanno cercato di affrontarlo almeno una volta.

 

PROFILO DELLA VITTIMA

 

Esistono due principali gruppi di vittime: le vittime passive e le vittime provocatrici. Le prime solitamente sono ansiose, timide, hanno una scarsa autostima e sono molto sensibili, inoltre, tendono a non avere un buon amico in classe e solitamente a scuola vivono una condizione di solitudine. Le vittime passive hanno un atteggiamento negativo verso la violenza e quando vengono attaccate da altri studenti in genere reagiscono piangendo; il loro modello reattivo può essere definito ansioso o sottomesso. Al contrario, le vittime provocatrici si comportano in modo tale da causare irritazione e tensione; alcune possono essere iperattive e avere problemi di concentrazione. Il loro modello reattivo può essere ansioso come quello delle vittime passive, ma anche aggressivo.

 

PROFILO DEL BULLO

 

I bulli hanno un’opinione relativamente positiva di se stessi, mostrano scarsa empatia verso gli altri e sono più violenti e impulsivi della media. Il bullo ha un forte bisogno di potere e dominio, è possibile che questa ostilità verso l’ambiente derivi da situazioni familiari inadeguate. Sostanzialmente il bullo ha un modello reattivo aggressivo, spesso associato alla forza fisica (se maschio). Vicino al bullo, si possono individuare i bulli passivi, cioè coetanei che sostengono e simpatizzano per lui.

 

QUALI STILI EDUCATIVI FAVORISCONO LE REAZIONI AGGRESSIVE?

 

La mancanza di calore e affetto da parte dei genitori, oppure, al contrario, uno stile educativo troppo permissivo e tollerante, che non pone limiti, possono favorire lo sviluppo di futuri comportamenti aggressivi. Anche i genitori che ricorrono a punizioni fisiche possono favorire questi comportamenti. Infine, bisogna considerare l’importanza del temperamento del bambino, che potrebbe essere molto attivo e predisposto a comportamenti aggressivi; questo tratto, però, è assolutamente controllabile attraverso l’educazione e non gioca un ruolo così importante nel bullismo.

 

INTERVENTI PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEL BULLISMO

 

È possibile intervenire su tre livelli: la scuola, la classe e l’individuo.

 

  • A livello scolastico è possibile organizzare giornate di dibattito sul problema del bullismo, predisporre spazi più adeguati e attrezzati per la ricreazione (ad esempio, gli studenti più giovani potrebbero avere l’intervallo ad orari diversi rispetto ai più grandi), e prevedere una maggiore supervisione durante l’intervallo e nell’orario di mensa.

 

  • Anche in classe è possibile discutere del bullismo, magari in modo attivo attraverso l’uso della tecnica del role playing (simulazioni realistiche di atti di bullismo in cui gli attori sono gli studenti della classe), è utile leggere brani che promuovono l’empatia, si possono anche favorire forme di apprendimento cooperativo e attività positive da svolgere in gruppo, inoltre, è importante il dialogo tra gli insegnanti, i genitori e gli alunni.

 

  • Non è da trascurare l’importanza dell’intervento a livello individuale, che può essere effettuato attraverso i colloqui con le vittime, i bulli e i genitori.
Gli alunni neutrali possono essere utilizzati come un’importante risorsa per cambiare le dinamiche della classe. Ad esempio, si può affidare alla vittima e ad un alunno popolare un compito e invitarli a presentare a tutta la classe il risultato del lavoro. Le ricerche confermano che questa tecnica aumenta la popolarità dello studente non popolare. In generale, gli studenti neutrali più prosociali possono essere invitati a disapprovare manifestamente il bullismo.

 

Bibliografia: Bullismo a scuola. Dan Olweus. Giunti Psicologia.

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LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO. CHE ATTACCAMENTO AVETE VERSO I VOSTRI GENITORI? E I VOSTRI FIGLI VERSO DI VOI?

Il legame di attaccamento del bambino verso il genitore, oppure un’altra persona che si prende cura di lui e ricambia i suoi sentimenti, è un legame di lunga durata ed emotivamente significativo.

 

L’attaccamento nei bambini piccoli ha 4 caratteristiche:

 

  • È SELETTIVO, infatti, si sviluppa solamente verso persone specifiche.
  • Implica RICERCA DELLA VICINANZA FISICA, quindi, il bambino ricerca costantemente la presenza fisica della persona verso cui ha sviluppato il legame.
  • Fornisce BENESSERE E SICUREZZA, se c’è vicinanza con l’oggetto d’attaccamento.
  • Provoca ANGOSCIA DA SEPARAZIONE, se il legame viene interrotto e non può essere mantenuta la vicinanza fisica.
L’ATTACCAMENTO E’ UN MODELLO PER LE RELAZIONI FUTURE

 

Bowlby (1969, 1980), l’autore che ha fornito la spiegazione più completa sulla natura del legame d’attaccamento, sostiene che siamo biologicamente predisposti a sviluppare questo legame. Inoltre, sostiene che sulla base dell’esperienza di attaccamento vissuta nella nostra infanzia ci formiamo dei “modelli operativi interni”,cioè delle rappresentazioni mentali su noi stessi e su come funzionano le relazioni interpersonali, che guideranno il nostro comportamento futuro.

 

COME SI VALUTA L’ATTACCAMENTO?

 

Ainsworth (1978) ha ideato una procedura sperimentale che consente di valutare i sentimenti e la tipologia di attaccamento che i bambini hanno verso l’oggetto di attaccamento.

 

La procedura della “strange situation” sottopone il bambino ad alcuni stress relativamente blandi. La “strange situation” è composta da fasi precise, ma in generale prevede che il bambino stia all’in terno di una stanza non familiare con la madre (o la persona con cui ha stabilito un legame di attaccamento) e, dopo l’arrivo di un estraneo, venga lasciato solo con il nuovo adulto fino a quando la madre non rientra.

 

3 TIPOLOGIE DI ATTACCAMENTO:

 

  1. ATTACCAMENTO SICURO: i bambini con attaccamento sicuro esplorano l’ambiente, fanno nuove esperienze e quando vivono un momento difficile, cercano la madre per essere consolati. Un legame sicuro è alla base dello sviluppo della fiducia in se stessi e di un armonioso sviluppo sociale; è stato dimostrato, infatti, che i bambini con un attaccamento sicuro fanno giochi più complessi, sono più curiosi e hanno un rapporto migliore con gli insegnanti. Le mamme di questi bambini rappresentano una base sicura a cui il bambino si può rivolgere ogni volta che ne sente il bisogno, sono capaci di rispondere tempestivamente alle richieste del bambino e, in generale, sono molto sensibili nei confronti delle esigenze dei figli.
 

 

  1. ATTACCAMENTO INSICURO/EVITANTE: i bambini con attaccamento evitante esplorano l’ambiente, ma non prestano attenzione alla madre, perché sanno che lei non potrebbe aiutarli e non la considerano un valido supporto. Questi bambini fanno fatica ad instaurare rapporti con i coetanei e con gli insegnanti, perché tendono ad essere ostili e ad isolarsi. Le madri generalmente sono poco sensibili, ad esempio, possono essere invadenti e continuare a stimolare il bambino quando lui ha sonno, oppure non rispondere alle richieste di attenzione da parte del figlio.
 

 

  1. ATTACCAMENTO ANSIOSO/AMBIVALENTE: i bambini con attaccamento ambivalente preferiscono non esplorare l’ambiente e stare costantemente vicino alla madre, infatti, un suo allontanamento può provocare reazioni di rabbia o pianto. Questi bambini tendono ad essere impulsivi e facilmente in preda all’ira, oppure passivi e bisognosi di aiuto. Le madri sono distaccate, ad esempio, non amano il contatto fisico (carezze, abbracci ecc) con il bambino e preferiscono non tenerlo in braccio, inoltre, sono incostanti. I bambini ambivalenti dubitano della disponibilità della figura di attaccamento, perché lei a volte risponde alle loro esigenze, mentre altre volte non lo fa, quindi, per calmare la loro preoccupazione preferiscono starle sempre vicini.
Main (1985) ha creato “l’intervista sull’attaccamento degli adulti” che permette di comprendere l’esperienza che una persona adulta ha vissuto nell’ambito dei legami di attaccamento durante la sua infanzia.

 

La ricerca scientifica ha cercato di comprendere in che modo i legami di attaccamento che abbiamo sviluppato durante la nostra infanzia influenzano il rapporto con i nostri partner e i nostri figli. Se sei interessato a saperne di più, puoi contattarci privatamente, oppure aspettare  nuovi articolo su questo argomento.
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