ANSIA: COS’È E COME AFFRONTARLA

Si racconta che in India usino un sistema particolarmente astuto per catturare le scimmie. Un cacciatore pratica un foro nel guscio di una noce di cocco, appena sufficiente per fare passare la mano di una scimmia, infine, fissa la noce di cocco alla base di una palma e all’interno ci mette una banana. La scimmia scende dall’albero e per afferrare la banana infila la mano nel guscio. La dimensione del buco è tale che la mano aperta della scimmia ci passa, ma il pugno chiuso no, quindi, all’animale basterebbe lasciare andare la banana per liberarsi. Sembra, però, che la maggior parte delle scimmie non lo faccia.

 

Spesso anche la nostra mente, nonostante tutta la nostra intelligenza, riamane intrappolata in alcuni pensieri disfunzionali, come la scimmia nella noce di cocco. Dobbiamo, però, essere consapevoli del fatto che i pensieri disfunzionali si possono lasciare andare e si possono sviluppare pensieri che aumentano la nostra sensazione di benessere, invece di alimentare il malessere.

 

Nella nostra società spesso il malessere si manifesta attraverso gli stati d’ansia.

 

COS’È L’ANSIA?

 

L’ansia è la sensazione normale di nervosismo momentaneo o paura che proviamo durante le esperienze difficili della vita, ad esempio, quando affrontiamo un colloquio di lavoro o un esame. Esistono anche forme di ansia più persistenti, che possono rappresentare una vera e propria patologia: fobie, ansia sociale, attacchi di panico, disturbo post traumatico da stress, ipocondria e disturbo d’ansia generalizzato. L’ansia può risultare particolarmente invalidante: ad esempio, una persona con la fobia specifica dell’automobile può essere costretta a rinunciare a guidare e viaggiare in auto, sperimentando notevoli disagi nella vita quotidiana.

 

L’ansia ha delle caratteristiche precise. Se soffri d’ansia, probabilmente riconoscerai questi segnali:

 

PENSIERI

  • Sopravvalutare i pericoli
  • Sottovalutare la capacità di affrontarli
  • Sottovalutare l’aiuto a disposizione
  • Preoccupazioni e pensieri catastrofici

STATI D’ANIMO

  • Nervosismo
  • Agitazione
  • Panico

COMPORTAMENTI

  • Evitare situazioni ansiogene
  • Abbandonare le situazioni quando sopravviene l’ansia
  • Atteggiamenti di perfezionismo e controllo
  • Adottare misure di protezione

REAZIONI FISICHE

  • Mani sudate
  • Tensione muscolare
  • Accelerazione cardiaca
  • Capogiri

 

Quando soffriamo d’ansia, una delle reazioni più frequenti è l’evitamento delle situazioni che ci preoccupano. Possiamo inoltre cercare di proteggerci dalle situazioni ansiogene mettendo in atto dei comportamenti solo apparentemente utili: ad esempio, controllare tre volte se ho chiuso la porta potrebbe sembrarmi una buona strategia per gestire l’ansia.

 

Evitare una situazione, invece, peggiora i sintomi d’ansia per 4 ragioni:

 

  1. Non impariamo a sperimentare e tollerare l’ansia
  2. Non impariamo ad affrontare la situazione che ci spaventa
  3. Non possiamo scoprire che la situazione non è così pericolosa come pensiamo
  4. Non abbiamo l’opportunità di scoprire se siamo in grado di gestire bene la situazione

 

COSA FARE CONCRETAMENTE PER VINCERE L’ANSIA?

 

Esistono delle tecniche cognitive che aiutano a sconfiggere o controllare l’ansia.

 

ESPORSI ALLE SITUAZIONI che ci fanno paura è una tecnica molto utile, perché il nostro sistema di allarme dell’ansia impara a non vedere più come estremamente pericolose queste situazioni. Sperimentando ciò che ci fa paura, infatti, possiamo apprendere come non si realizzino quelle conseguenze catastrofiche che ci eravamo immaginati.

 

Ovviamente non è facile affrontare ciò che temiamo, per questo può risultare utile CREARE UNA SCALA DELLA PAURA. Bisogna scrivere in basso le situazioni che ci creano un’ansia meno intensa, mentre in alto bisogna scrivere le situazioni che temiamo di più.  Inizialmente possiamo cominciare ad affrontare gli ultimi eventi della lista e, quando saremo pronti, possiamo provare ad affrontare anche gli eventi più temuti.

 

Pensare di vivere concretamente la situazione che temiamo può provocarci molta ansia, in questo caso può essere utile  VISUALIZZARE UNA SITUAZIONE CHE CI AIUTI A RILASSARCI. Farlo ci permette di ottenere uno stato mentale migliore, più rilassato e più fiducioso verso noi stessi, che ci permetterà di affrontare meglio le nostre paure.

 

Infine, saper CONTROLLARE IL RESPIRO è una tecnica fondamentale per controllare le reazioni d’ansia. La respirazione deve essere profonda e durare almeno 4 minuti, perché questo è il tempo necessario per ripristinare l’equilibrio tra ossigeno e diossido di carbonio. La respirazione diaframmatica (vedi figura) è una respirazione profonda.

 

RESPIRAZIONE DIAFRAMMATICA

 

Se non sei abituato a questo tipo di respirazione, all’inizio può aiutarti sdraiarti sulla schiena, chiudere gli occhi e appoggiare una mano sulla pancia. Se la tua mano sia alza durante l’inalazione e si abbassa durante l’esalazione, significa che stai respirando diaframmaticamente.

 

Speriamo che questi consigli vi siano utili. Per ulteriori approfondimenti potete commentare o contattarci in privato.

 

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TIPOLOGIE DI EX CONIUGI DOPO IL DIVORZIO

Le emozioni sono una delle cose più complesse da gestire, quando ci si trova a dover affrontare una separazione o un divorzio; spesso, infatti, i due ex coniugi si trovano letteralmente in balia di emozioni incontrollate, non riconosciute e soprattutto non elaborate. Per poter superare questo difficile momento i due ex coniugi devono riuscire ad elaborare l’esperienza di perdita e quindi il lutto ad essa legato. Il lutto per una separazione, come il lutto per la morte di una persona amata, è una reazione potente e duratura ed è un insieme di emozioni complesse. Secondo Elizabeth Kübler Ross le fasi del lutto legate alla morte sono quattro: rabbia, negazione, depressione ed infine accettazione; per la maggior parte delle persone il lutto termina con l’accettazione.

 

Il lutto legato al divorzio, al contrario, non ha mai veramente fine, quando ci sono dei figli, poichè spesso, a causa degli obblighi che entrambi i genitori hanno nei confronti dei bambini, si creano occasioni che possono riaprire vecchie ferite, solo parzialmente rimarginate. Secondo Robert Emery il modello del lutto legato al divorzio non segue una linea retta come il modello del lutto legato alla morte, bensì è un modello ciclico, in cui le persone si muovono ricorsivamente tra amore, rabbia e tristezza; inizialmente provano in modo intenso un’emozione alla volta e poi col passare del tempo provano emozioni meno violente e meno distinte, poichè le loro sensazioni iniziano piano piano a mescolarsi tra loro. È proprio questo il momento in cui le persone arrivano ad avere una visione più realistica e meno dolorosa del divorzio.

 

Tuttavia, quando questa fusione di emozioni non si verifica, le persone rimangono intrappolate in una tra le fasi descritte. Chi è rimasto intrappolato nella fase dell’amore, ad esempio, potrebbe negare la realtà della rottura e cercare a tutti i costi una riconciliazione; chi è vittima della propria rabbia potrebbe agire sulla base della vendetta e del rancore; chi si è incagliato nella fase della tristezza potrebbe essere colto da esagerati sensi di colpa e depressione. Rimanere intrappolati in una di queste fasi spesso danneggia soprattutto i figli, che invece andrebbero protetti; può diventare, infatti, molto difficile difendere l’interesse dei propri bambini quando ci trova coinvolti in questa serie di complicazioni emotive a seguito del divorzio.

 

Ahrons ha evidenziato 5 tipologie di riorganizzazione genitoriale e coniugale, che possono verificarsi dopo la separazione, strettamente legate alla capacità dei due ex coniugi di elaborare in modo corretto le proprie emozioni e di raggiungere il divorzio psichico.

 

  • La diade dissolta: è la classica situazione in cui il genitore non affidatario, di solito il padre, sparisce quasi completamente. In molti casi, in questa situazione, ci si trova di fronte ad una sindrome di alienazione parentale, in cui il genitore affidatario mette in atto una serie di comportamenti volti a svalutare e denigrare l’altro genitore. Questi comportamenti spesso sono guidati dalla rabbia.
  • Gli amici perfetti: in questa tipologia rientrano le coppie che condividono la mancata rielaborazione della separazione. Queste coppie non litigano e mantengono buoni rapporti di amicizia, inoltre, i figli godono di relazioni adeguate con entrambi i genitori. Tuttavia, quando in questa situazione entra in gioco un nuovo partner stabile, emergono i problemi; la presenza di un/a nuovo/a compagno/a fa cadere i precedenti pseudoaccordi ponendo i due ex coniugi di fronte all’obbligo improvviso di elaborare la perdita connessa alla separazione.
  • Colleghi collaboranti: sono ex coniugi che si sono separati non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista psicologico e che, quindi, possono investire in una nuova relazione senza che l’altro si intrometta. I figli riescono ad avere buoni rapporti con entrambi i genitori biologici e con le loro rispettive famiglie, inoltre godono di una situazione in cui i genitori collaborano e formano una buona coalizione con una temporanea alleanza.
  • Colleghi arrabbiati: sono ex coniugi che non hanno raggiunto il divorzio psichico e continuano le battaglie legali anche per molti anni dopo la separazione. Entrambi vogliono occuparsi dei figli, con modalità competitive e non collaborative e tendono ad allearsi con i figli contro l’altro genitore.
  • Nemici furenti: in questo caso tra gli ex coniugi il conflitto è talmente elevato che non può esserci alcuna forma di collaborazione e ci si rivolge al tribunale per qualunque decisione riguardante le funzioni genitoriali. Ciascuno dei due genitori cerca, in ogni modo, di estromettere l’altro dalla vita dei figli.
Per passare al di là del divorzio e non rimanerne intrappolati è necessario vivere il lutto legato alla separazione, elaborarlo, condividerlo e soprattutto occorre saper perdonare l’altro; vivere il lutto significa non negarlo e imparare a riconoscere la presenza dei sentimenti di amore, rabbia, tristezza.

 

Ciò che i genitori fanno dopo un divorzio (il loro stile genitoriale, le loro reciproche relazioni e i loro accordi) costituisce il nodo cruciale su cui si può inserire la resilienza del bambino nell’affrontare il divorzio medesimo” (R. Emery).

 

Per un buon approfondimento vi consigliamo di leggere: “La verità sui figli e il divorzio. Gestire le emozioni per crescere insieme” di Robert E. Emery.

 

 

Bibliografia

La verità sui figli e il divorzio. Gestire le emozioni per crescere insieme, di R.E. Emery, 2008. Franco Angeli Editore.

Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia di M. Malagoli Togliatti e A. Lubrano Lavadera, 2002. Il Mulino.

 

 

 

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COS’È LA TEORIA GENDER?

 

LA TEORIA GENDER NON ESISTE

 

Semplicemente la teoria gender è qualcosa che non esiste. Esistono gli studi di genere, che rappresentano un approccio multidisciplinare allo studio dei significati socio culturali della sessualità e dell’identità di genere. Questi studi, contribuendo a chiarire le influenze dell’ambiente sociale sulla formazione della nostra identità di genere e sul nostro orientamento sessuale, hanno aiutato ad abbattere pregiudizi e stereotipi omofobi e sessisti. Il filone degli studi di genere, infatti, è nato nei movimenti femministi anglosassoni, a partire dagli anni ’60, per cercare di scardinare il ruolo tradizionale della donna, che era decisamente discriminatorio e basato sull’idea che ad un certo sesso biologico corrispondessero determinate caratteristiche comportamentali. Successivamente, il filone di studi di genere ha suscitato interesse anche nei movimenti culturali che si occupano di difendere i diritti delle persone appartenenti ad ogni orientamento sessuale e il cui genere non corrisponde al sesso biologico.

 

CHIARIAMO ALCUNE DIFFERENZE

 

 

Sesso biologico: appartenenza biologica al sesso femminile o maschile.

 

Identità di genere: è un costrutto psicologico e riguarda l’identificazione con il genere maschile o femminile. Identità di genere e sesso biologico possono non corrispondere. Oggi, inoltre, si sta superando la dicotomia maschio/femmina e si sta affermando il concetto dell’esistenza di una molteplicità di generi.

 

Ruolo di genere: è un costrutto socioculturale che si riferisce  all’insieme dei comportamenti e delle aspettative attribuite alle femmine e ai maschi.

 

Orientamento sessuale:  è definito dall’attrazione nei confronti  di persone di un genere diverso dal proprio (orientamento eterosessuale), di un genere uguale al proprio (orientamento omosessuale), oppure sia di genere uguale che diverso dal proprio (orientamento bisessuale) o verso tutti i generi e indipendentemente da essi (orientamento pansessuale).

 

QUI potete trovare un piccolo glossario scritto da National Geographic con i principali termini relativi al tema delle identità di genere.

 

UNO SGUARDO ALLE ALTRE CULTURE

 

In alcune culture esiste quello che possiamo definire il “terzo genere”, cioè un genere diverso sia da quello maschile che da quello femminile, che dimostra come l’idea binaria del concetto di genere (maschile e femminile) non sia universale.

 

Ad esempio, alle Samoa esistono i fa’afafine, letteralmente “come una donna”, che sono figli biologicamente maschi cresciuti come se fossero bambine. In India, invece, esistono le Hijra, che dal punto di vista biologico appartengono al sesso maschile, ma diventano femmine con pratiche chirurgiche in un rituale di iniziazione, e i Sadhin, cioè donne biologiche che rinunciano al matrimonio e adottano comportamenti maschili. Un altro esempio sono le travestis a Salvador del Brasile, cioè uomini biologici,che non si definiscono né uomini né donne, ma attraverso il corpo (abiti, gesti, ecc) esprimono una spiccata femminilità; nei templi candomblè (religione afro-brasiliana) incarnano il ruolo delle figlie del santo.

 

 CONCLUSIONI

 

Avvicinandosi al tema degli studi di genere si scopre un mondo complesso, coerente con la complessità umana, che tutti dovremmo conoscere e approfondire.
Dunque, non esiste nessuna teoria gender che ha lo scopo di distruggere la famiglia e le nostre “società naturali”, semplicemente esistono studi scientifici di genere che, come illustrato nell’articolo, hanno importanti meriti.

 

 Anche se l’argomento meriterebbe più spazio, è fondamentale ricordare che è dimostrata la grande importanza  dell’educazione di genere nelle scuole (consigliata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) perché educa al rispetto della diversità e aiuta lo sviluppo sereno e libero della propria identità di genere e del proprio orientamento sessuale, senza sentirsi vincolati all’appartenenza a categorie prestabilite.

 

I FIGLI E IL DIVORZIO

Il divorzio rappresenta una perdita per chiunque, ma nel caso dei bambini, spesso, è il primo grande evento critico in grado di sconvolgerne la vita. Non si può negare che sia un evento molto doloroso per i bambini, che devono adattarsi ad una serie di eventi nuovi e traumatici: spesso iniziano a vivere in due case diverse, con un genitore o con l’altro singolarmente; si riducono i momenti di contatto con almeno un genitore, il che può comportare un peggioramento della relazione genitore-figlio; inoltre, sono costretti a sopportare l’idea di non veder più vivere i genitori sotto lo stesso tetto. In una situazione così delicata è facile intuire quanto sia importante ed essenziale il ruolo dei genitori; essi hanno il dovere di far capire ai figli che saranno sempre accanto a loro. Se i genitori si dimostrano amorevoli e comprensivi, capiscono la prospettiva dei bambini e agiscono in prima istanza nel loro interesse, i figli potranno comunque superare l’evento traumatico senza gravi conseguenze e potranno avere un’infanzia felice. Soltanto i genitori, quindi, in quanto adulti di riferimento, hanno il potere di proteggere i loro figli, mettendo sempre al primo posto i loro bisogni, le loro emozioni e le loro priorità.

 

I DIRITTI DEI BAMBINI NEL DIVORZIO

 

I genitori divorziati devono farsi carico delle proprie responsabilità e devono garantire ai figli alcuni diritti fondamentali.

 

1# i bambini devono poter amare ed essere amati da entrambi i genitori senza sentirsi in colpa o venire biasimanti
2# essere protetti dalla rabbia dei propri genitori
3# non essere costretti a scegliere da che parte stare e non essere eletti a confidenti
4# non essere costretti a scegliere un genitore
5# non dover sopportare il carico di problemi di uno dei genitori
6# essere informati in anticipo dei cambiamenti che avverranno nella loro vita
7# ricevere il mantenimento adeguato
8# poter esprimere le proprie emozioni e poterne parlare con entrambi i genitori
9# avere una vita serena
10# poter essere bambini

 

Ciò che i genitori faranno dopo il divorzio, i loro accordi, le loro relazioni, il loro modo di comportarsi con l’ex partner e con i bambini, il loro stile genitoriale, ecc., costituirà il nodo cruciale nello sviluppo della resilienza dei bambini. Tuttavia, per riuscire a mettere davvero i figli al primo posto, i genitori dovranno affrontare un arduo compito: imparare a conoscere le proprie emozioni, per riuscire a ridurre il più possibile i conflitti con l’ex partner.

 

Bibliografia
La verità sui figli e il divorzio. R. E. Emery, 2008, FrancoAngeli Editore
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I SEMI DEL MALE: 2 TIPI DI KILLER

Bisogna sempre essere cauti quando si valuta l’importanza dei fattori genetici, tuttavia è ormai chiaro che aggressività e violenza sono, in parte, ereditabili. L’aggressività può essere divisa in due categorie: aggressività reattiva (con un ereditabilità del 38%), cioè un’azione difensiva che si mette in atto in risposta ad un evento (ad esempio, vengo colpito e io restituisco il colpo); e quella proattiva (ereditabilità 50%), ovvero l’aggressione crudele e meschina che si usa per privare gli altri di qualcosa, messa in atto per il semplice gusto di “fare del male”.

 

CHE LEGAME CON GLI AGGRESSORI?

 

Si possono distinguere due tipi di aggressori, che rispecchiano le differenze descritte. Da un lato abbiamo gli aggressori reattivi, o assassini a sangue caldo, teste calde che scattano in modo fulmineo e sanguigno di fronte alle minime provocazioni. Questi personaggi sono connotati da un alto tasso di emotività e sregolatezza e possono reagire ferocemente in preda ad un impeto di rabbia, senza pianificare, programmare o pensare alle conseguenze delle loro azioni. Dall’altro lato abbiamo gli aggressori proattivi, freddi e spietati calcolatori, che hanno sempre uno scopo preciso da raggiungere; per questo motivo non lasciano nulla al caso, calcolano ogni mossa e pianificano ogni minimo dettaglio. Sono spesso metodici, razionali e posseggono spiccate capacità di problem solving.

 

BASI NEURALI DIFFERENTI TRA SERIAL KILLER E ASSASSINI REATTIVI?

 

Molti studi hanno dimostrato che gli assassini hanno un alto livello di attivazione delle regioni limbiche subcorticali soprattutto nell’emisfero destro. Queste regioni sono la sede delle emozioni.

 

· L’amigdala incendia le emozioni e stimola sia l’attacco predatorio, che quello affettivo
· L’ippocampo modula e regola l’aggressione e attiva l’attacco predatorio
· Il talamo è il collegamento tra le aree emozionali limbiche e le zone corticali regolate
· Il mesencefalo gestisce l’aggressione affettiva ed emozionale.

 

 

Inoltre presentano una ridotta attivazione a livello della corteccia prefrontale. Questo particolare tipo di malfunzionamento frontale può portare a diversi risultati:

 

 

· A livello emotivo causa la perdita di controllo, quindi ira e rabbia incontrollate
· A livello comportamentale causa una maggior accettazione del rischio, la tedenza all’irresponsabilità e al non rispetto delle regole
· A livello di personalità possono verificarsi impulsività, perdita di controllo di sé e incapacità a inibire o modificare certi comportamenti
· A livello sociale può causare immaturità, mancanza di tatto e scarsa opinione sociale
· A livello cognitivo si può verificare perdita di flessibilità intellettuale e incapacità di problem solving.

 

 

Dove sono le differenze?

 

 

Gli assassini reattivi, presentano entrambi i deficit descritti: ridotta attivazione prefrontale ed elevata attivazione limbica. Gli assassini proattivi (ad esempio i serial killer), invece, hanno un funzionamento prefrontale relativamente normale, infatti, come abbiamo visto, sono in grado di pianificare, di auto-regolarsi, non sono impulsivi ecc., tuttavia presentano un livello di attivazione limbica molto elevato.Ovviamente il legame causale tra malfunzionamento prefrontale e violenza è una questione ancora aperta poiché l’imaging cerebrale non dimostra la causalità. Ciò che invece è più chiaro è la correlazione esistente tra malfunzionamento della corteccia prefrontale e del sistema limbico con la violenza.

 

Bibliografia
Raine, A. (2016). L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine. Mondadori Education.
Baker, L. et al. (2008). Genetic and environmental influences on reactive and proactive aggression in children. Journal of Abnormal Child Psychology.
Raine, A. et al. (1997). Brain abnormalities in murderers indicated by positron emission tomography. Biological Psychiatry.
Elliott, F.A. (1992). Violence: The neurologic contribution: an overwiew. Archives of Neurology.
Amen, D.G. et al. (2007). An analysis of regional cerebral blood flow in impulsive murderers using single photon emission computed tomography. Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neurosciences.
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SMARTPHONE E TABLET POSSONO DISTURBARE IL SONNO?

Smartphone e tablet possono disturbare il sonno, ma esiste una soluzione semplice per evitare che accada.

 

Si pensava che l’utilizzo di smartphone e tablet durante la serata potesse disturbare il sonno e provocare danni alla salute.

 

Di recente, però, i ricercatori hanno scoperto che l’esposizione ad una luce adeguata durante il giorno può contrastare gli effetti negativi dei dispositivi elettronici.

 

I ricercatori dell’Università di Uppsala in Svezia hanno scoperto che i lettori serali di dispositivi ebook illuminati (come l’iPad) dormono bene, SE sono stati esposti a luce intensa durante il giorno.

 

Frida Rångtell, autrice dello studio, sostiene:

 

“la nostra scoperta principale è stata dimostrare che la sera i giovani studenti possono utilizzare il tablet per due ore senza riportare conseguenze sul sonno, ma solo se durante il giorno sono stati esposti ad una luce brillante.”

 

E’ la luce blu degli smartphone, dei tablet e degli e-reader che causa disturbi al sonno.

 

Precedenti ricerche, infatti, avevano dimostrato che l’uso di questi dispositivi prima di andare a dormire disturbava il sonno:

 

“le persone che prima di andare a dormire leggono sull’iPad si sentono meno assonnate, trascorrono meno tempo nella fase REM e i loro corpi producono una minore quantità di melatonina, un ormone che induce il sonno.”

 

Questi dispositivi sembrano disturbare i ritmi circadiani naturali.

 

Durante un nuovo studio, è stato chiesto a 14 persone di leggere dalle 21 alle 23 un libro cartaceo oppure un libro sull’ipad.

 

Christian Benedetto, coautore dello studio, afferma:

 

I nostri risultati suggeriscono che l’esposizione alla luce durante il giorno, ad esempio grazie ad attività all’aria aperta o ad interventi sulle luci negli uffici, potrebbe aiutare a combattere i disturbi del sonno derivanti dall’esposizione alla luce blu dei dispositivi elettronici.

 

Anche se non abbiamo esaminato questo aspetto nel nostro studio, è corretto considerare che l’utilizzo serale di dispositivi elettronici per controllare le e-mail di lavoro o i nostri social network può portare a disturbi del sonno, infatti, proprio prima di andare a dormire ci esponiamo ad una eccitazione emotiva rilevante”.

 

Concludendo, è possibile affermare che utilizzare dispositivi elettronici prima di andare a dormire non è dannoso solo se siamo stati esposti ad una luce intensa durante il giorno, viceversa, è consigliabile leggere un buon libro cartaceo.

 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Sleep Medicine (Rångtell et al., 2016).

 

Fonte originale: http://www.spring.org.uk/2016/08/cu…

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IL BULLISMO

CARATTERISTICHE DEL BULLISMO
Secondo Olweus (1986), il bullismo si può definire nel seguente modo: uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni.

 

In generale, i maschi sono maggiormente esposti al bullismo diretto, caratterizzato da attacchi aperti nei confronti della vittima, mentre le femmine sono più esposte al bullismo indiretto, cioè a forme di isolamento sociale e di esclusione intenzionale da parte del gruppo dei pari. Sembra, inoltre, che sia i genitori delle vittime, che quelli  dei prevaricatori non siano a conoscenza del problema; tuttavia, è emerso che gli insegnanti sono consapevoli del problema e hanno cercato di affrontarlo almeno una volta.

 

PROFILO DELLA VITTIMA

 

Esistono due principali gruppi di vittime: le vittime passive e le vittime provocatrici. Le prime solitamente sono ansiose, timide, hanno una scarsa autostima e sono molto sensibili, inoltre, tendono a non avere un buon amico in classe e solitamente a scuola vivono una condizione di solitudine. Le vittime passive hanno un atteggiamento negativo verso la violenza e quando vengono attaccate da altri studenti in genere reagiscono piangendo; il loro modello reattivo può essere definito ansioso o sottomesso. Al contrario, le vittime provocatrici si comportano in modo tale da causare irritazione e tensione; alcune possono essere iperattive e avere problemi di concentrazione. Il loro modello reattivo può essere ansioso come quello delle vittime passive, ma anche aggressivo.

 

PROFILO DEL BULLO

 

I bulli hanno un’opinione relativamente positiva di se stessi, mostrano scarsa empatia verso gli altri e sono più violenti e impulsivi della media. Il bullo ha un forte bisogno di potere e dominio, è possibile che questa ostilità verso l’ambiente derivi da situazioni familiari inadeguate. Sostanzialmente il bullo ha un modello reattivo aggressivo, spesso associato alla forza fisica (se maschio). Vicino al bullo, si possono individuare i bulli passivi, cioè coetanei che sostengono e simpatizzano per lui.

 

QUALI STILI EDUCATIVI FAVORISCONO LE REAZIONI AGGRESSIVE?

 

La mancanza di calore e affetto da parte dei genitori, oppure, al contrario, uno stile educativo troppo permissivo e tollerante, che non pone limiti, possono favorire lo sviluppo di futuri comportamenti aggressivi. Anche i genitori che ricorrono a punizioni fisiche possono favorire questi comportamenti. Infine, bisogna considerare l’importanza del temperamento del bambino, che potrebbe essere molto attivo e predisposto a comportamenti aggressivi; questo tratto, però, è assolutamente controllabile attraverso l’educazione e non gioca un ruolo così importante nel bullismo.

 

INTERVENTI PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEL BULLISMO

 

È possibile intervenire su tre livelli: la scuola, la classe e l’individuo.

 

  • A livello scolastico è possibile organizzare giornate di dibattito sul problema del bullismo, predisporre spazi più adeguati e attrezzati per la ricreazione (ad esempio, gli studenti più giovani potrebbero avere l’intervallo ad orari diversi rispetto ai più grandi), e prevedere una maggiore supervisione durante l’intervallo e nell’orario di mensa.

 

  • Anche in classe è possibile discutere del bullismo, magari in modo attivo attraverso l’uso della tecnica del role playing (simulazioni realistiche di atti di bullismo in cui gli attori sono gli studenti della classe), è utile leggere brani che promuovono l’empatia, si possono anche favorire forme di apprendimento cooperativo e attività positive da svolgere in gruppo, inoltre, è importante il dialogo tra gli insegnanti, i genitori e gli alunni.

 

  • Non è da trascurare l’importanza dell’intervento a livello individuale, che può essere effettuato attraverso i colloqui con le vittime, i bulli e i genitori.
Gli alunni neutrali possono essere utilizzati come un’importante risorsa per cambiare le dinamiche della classe. Ad esempio, si può affidare alla vittima e ad un alunno popolare un compito e invitarli a presentare a tutta la classe il risultato del lavoro. Le ricerche confermano che questa tecnica aumenta la popolarità dello studente non popolare. In generale, gli studenti neutrali più prosociali possono essere invitati a disapprovare manifestamente il bullismo.

 

Bibliografia: Bullismo a scuola. Dan Olweus. Giunti Psicologia.

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UGUAGLIANZA DI GENERE: DATI, LIBRI & RIFLESSIONI

Leggendo “GENDER LA RIVOLUZIONE”, il numero speciale di National Geographic di questo mese, ci è venuta voglia di condividere con voi alcune riflessioni su un tema per noi molto importante: l’uguaglianza di genere.

 

Le statistiche riguardanti la parità tra i generi, riportate nei diversi Articoli del giornale, descrivono una situazione migliore rispetto a quella di qualche decennio fa, ma ancora lontana dal rappresentare una realtà nella quale femmine e maschi sono uguali. Facciamo qualche esempio:

 

  • Il 18% delle aziende mondiali ha un dirigente di alto livello o un amministratore delegato donna. Oggi le donne dirigono il 2% delle 500 aziende più grandi del mondo per fatturato, mentre nel 1995 nessuna di queste aziende aveva un amministratore donna.
  • Oggi il 50% dei paesi del mondo (145 paesi inclusi nel global gender gap index del word economic forum) è stato governato da una donna. Nel 2006 la percentuale era del 38%.
  • 120 milioni di ragazze nel mondo hanno subito violenza sessuale. In pratica, una ragazza di 20 anni su 10 è stata costretta ad avere rapporti o a compiere atti sessuali.
  • Oltre 700 milioni di donne e bambine nel mondo si sposano prima dei 18 anni. Le spose bambine sono ad alto rischio di violenza domestica.
  • Analizzando i dialoghi di 12 film Disney, le linguiste Carmen Fought e Karen Eisenhauer hanno osservato che nei film più datati il 60% dei complimenti ai personaggi femminili era riferito alla loro bellezza e solo il 9% alle loro abilità. Nei film più recenti sono diminuiti i complimenti per l’aspetto fisico e sono aumentati quelli relativi alle capacità. L’immagine riporta la percentuale di complimenti legati all’aspetto e alle capacità ricevuti dalle protagoniste femminili.

 

I dati relativi alle fiabe Disney ci hanno fatto subito pensare ad un libro classico sull’uguaglianza di genere: Dalla Parte delle Bambine di Elena Gianini Belotti. E’ un libro che consigliamo a chiunque voglia comprendere in che modo i condizionamenti culturali, che subiamo durante l’arco dello sviluppo, forgiano la nostra identità di genere e spesso creano la tradizionale differenza di carattere tra maschi e femmine. L’idea dell’autrice, più che condivisibile, è che non esistono qualità maschili e qualità femminili, ma solo qualità umane. Nel libro, infatti, si riflette sulla grande quantità di potenziale che viene distrutta tramite l’educazione forzata ai ruoli di genere tradizionali. Elena Gianini Belotti scrive critiche forti sui personaggi femminili delle fiabe come Biancaneve, la quale non ha alcuna qualità, escluso il dono naturale della bellezza e la necessità di un principe che la salvi dagli impicci in cui si è messa; inoltre, ci descrive favole in cui i bambini maschi costruiscono case sugli alberi, esplorano caverne e vanno in campeggio, mentre le bambine sorridono, giocano con le bambole e cucinano torte. Elena ci parla di famiglie e scuole che hanno un atteggiamento indulgente verso l’aggressività maschile, ma nello stesso tempo sono severe nel giudicare i comportamenti troppo vivaci delle bambine, pensiamo alla classica frase “le signorine non si sporcano i vestiti”.

 

Si potrebbe obiettare che non siamo più negli anni ’70 e che adesso la realtà è cambiata. Sicuramente in parte è così, ma crediamo che ci siano ancora molti passi da fare. I dati sulla violenza di genere, o più semplicemente quelli sull’accesso alla carriera lavorativa da parte delle donne, ci dicono che la strada da percorrere è ancora lunga. Nonostante sia aumentata la sensibilità sul tema dell’uguaglianza di genere, spesso i modelli femminili a cui si ispirano le bambine di oggi sono ancora caratterizzati dalla predominanza di ideali di bellezza e riportano sotto nuove forme vecchi stereotipi. Un fatto grave, ad esempio, è che nei libri scolastici ci siano ancora molti esempi e  molte storie in cui maschi e femmine ricoprono ruoli tradizionali (ad esempio: la mamma cucina, mentre il papà legge il giornale sul divano). Loredana Lipperini nel suo libro “Ancora dalla Parte delle Bambine”, analizza attraverso critiche costruttive personaggi come le Winx o le pop star e riflette su temi di grande attualità. L’autrice, ad esempio, si chiede se nei mass media venga realmente rappresentata la libertà sessuale femminile, o se sia meglio parlare di una versione dozzinale della sessualità femminile, che non ha nulla a che vedere con l’emancipazione e ripropone il vecchio stereotipo della donna che seduce l’uomo. Anche questo è un libro che ci sentiamo di consigliare, in modo particolare ci sembra adatto a tutte le persone che si occupano dell’educazione delle bambine e dei bambini, perché tratta di un argomento importante in chiave moderna e con grande attenzione nei confronti della realtà sociale attuale e dei mezzi di comunicazione più moderni.
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GLI AMICI SONO MEGLIO DELLA MORFINA: I RISULTATI DI ALCUNI STUDI

Una ricerca recente ha mostrato che le persone con più amici hanno una maggiore tolleranza al dolore.

 

Questo studio permette di concludere che le amicizie aiutano realmente a gestire il dolore.

 

Katerina Johnson, prima autrice dello studio, ha spiegato come le endorfine aiutano a combattere il dolore:

 

“Le endorfine fanno parte del nostro circuito cerebrale del piacere e del dolore – ci provocano sensazioni di piacere e sono un antidolorifico naturale.

 

Studi precedenti hanno mostrato che le endorfine producono legami sociali sia negli esseri umani che negli animali.

 

Secondo la  “teoria degli oppioidi del cervello dell’attaccamento sociale” (the brain opioid theory of social attachment), le interazioni sociali provocano emozioni positive quando le endorfine si legano a recettori oppioidi nel cervello.

 

Questo meccanismo sarebbe alla base della sensazione di benessere che proviamo in compagnia dei nostri amici.

 

Per testare questa teoria, ci siamo basati sul fatto che le endorfine sono un antidolorifico più potente anche della
morfina.”

 

Insieme al legame tra l’ampio numero di amici e la resistenza al dolore, sono emersi altri due risultati interessanti.

 

Le persone fisicamente in forma e le persone stressate hanno pochi amici.

 

Katerina Johnson ha spiegato che:

 

“Potrebbe essere semplicemente una questione di tempo – le persone che utilizzano molto tempo per allenarsi hanno meno tempo per uscire con gli amici.

 

…magari, invece di socializzare, queste persone per ottenere una “scarica di endorfine” utilizzano l’esercizio fisico.  

 

La scoperta relativa allo stress potrebbe indicare che una grande rete di amici aiuta le persone a gestire meglio li stress, oppure potrebbe significare che lo stress e gli eventi che lo causano riducono il tempo per le attività sociali.

 

Gli studi suggeriscono che la quantità e la qualità delle nostre relazioni influenzano la nostra salute fisica e mentale, di conseguenza, influiscono sulla nostra longevità.

 

In conclusione, la comprensione dei motivi per cui alcune persone hanno più amici di altre e i possibili meccanismi neurobiologici implicati sono un’importante area di ricerca.

 

La nostra specie si è evoluta in un ambiente ricco di stimoli sociali e la carenza di interazioni sociali, tipica della moderna era digitale, potrebbe essere una delle cause del declino della salute nelle società attuali”.

 

 

 

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports (Johnson & Dunbar et al., 2016).

Articolo originale http://www.spring.org.uk/2016/04/friends-better-than-morphine.php

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PERCHE’ SOGNIAMO?

Freud diceva che il sogno è la via regia per l’inconscio.

 

In molte culture antiche i sogni erano considerati una finestra su altri mondi più elevati, una potere, nonché una fonte di informazioni, una guida.

 

Oggi dobbiamo fare un passo indietro e chiederci innanzitutto se i sogni abbiano un significato.

 

COME FUNZIONA IL SONNO?

 

Il sonno è uno stato reversibile di ridotta reattività e ridotta interazione con l’ambiente.

 

Il sonno è caratterizzato da diverse fasi. In generale, molte volte durante la notte entriamo in una fase chiamata sonno REM (da rapid eyes movement – movimenti rapidi degli occhi) in cui tutto il corpo (ad eccezione dei muscoli oculari e respiratori) è immobilizzato, e si evocano quelle vivide illusioni che chiamiamo sogni. Il resto del tempo passa in uno stato chiamato non-REM in cui il cervello generalmente non crea sogni, e se li crea, è rarissimo che siano dettagliati e piacevoli come i sogni della fase REM. Durante il sonno non-REM il cervello sembra fermarsi, infatti, il consumo di energia che utilizza e le frequenze di scarica generali dei suoi neuroni sono al livello più basso della giornata. Al contrario, durante il sonno REM il cervello sembra fare di tutto tranne che riposare. Dement definisce il sonno REM un cervello attivo che si illude in un corpo paralizzato. L’EEG (elettroencefalogramma) del sonno REM non è quasi distinguibile da quello del cervello sveglio e attivo. Il consumo di ossigeno del cervello è più alto nel sonno REM di quanto non sia quando il cervello è sveglio e concentrato su problemi di matematica.

 

Passiamo circa il 75% della notte in un sonno non-REM e il 25% in fase REM. Il sonno non-REM può essere diviso in 4 fasi a seconda delle caratteristiche dell’EEG. Durante la notte, quindi, si ripetono più volte cicli da 90 min composti da 4 fasi non-REM e una fase REM.

 

PERCHE’ ALCUNI DI NOI SI RICORDANO I SOGNI E ALTRI NO?

 

Perrine Ruby, ricercatrice del centro per le neuroscienze di Lione, fornisce una risposta a questa domanda: “Abbiamo scoperto che le persone che ricordano spesso i loro sogni hanno complessivamente un tempo di veglia durante il sonno più lungo rispetto agli altri. In media, i grandi sognatori hanno dei risvegli della durata di circa due minuti, che non necessariamente, però, corrispondono a una cattiva qualità del sonno.” In pratica, se ricordiamo perfettamente i nostri sogni probabilmente è perché ci siamo svegliati più volte nel corso della notte senza averne coscienza. La chiarezza o meno dei nostri ricordi anche dalla fase del sonno durante la quale ci si sveglia. È stato di mostrato, infatti, che se ci si sveglia durante la fase REM è molto più probabile ricordare il sogno.

 

QUAL E’ LA FUNZIONE DEI SOGNI?

 

Secondo Freud, i sogni erano realizzazioni di desideri mascherati, un modo inconscio per esprimere le nostre fantasie sessuali ed aggressive che non possono essere espresse durante la veglia.

 

Le teorie recenti hanno posto attenzione agli aspetti biologici, ad esempio, Hobson e MCCarley, due scienziati della Harvard University, ritengono che i sogni non siano altro che immagini ed emozioni ben conosciute prodotte dall’attivazione semicasuale dei neuroni pontini, che attraverso il talamo attivano la corteccia cerebrale. Secondo questa ipotesi, la corteccia tenta di sintetizzare queste immagini disordinate in un insieme sensato che darebbe origine alle storie dei nostri sogni.

 

Diversi ricercatori, inoltre, suggeriscono che il sonno REM, e forse gli stessi sogni, svolgano un ruolo importante nella memoria. Non ci sono dati certi, ma sembra che il sonno REM aiuti a consolidare e integrare i ricordi. Alcuni studi mostrano che la durata del sonno REM aumenta in seguito ad una esperienza di intenso apprendimento.

 

Sfortunatamente, nonostante il sonno e i sogni siano uno degli argomenti più affascinanti e preferiti dalla letteratura, dalla filosofia e dalla scienza, la verità è che ancora oggi non esistono abbastanza dati per comprendere quale sia la reale funzione dei sogni e del sonno REM. Esistono, però, diverse teorie che possono essere approfondite e possono essere la base per ulteriori studi, che magari riusciranno a chiarire meglio il significato dei sogni.
 

 

Bibliografia:

Bear M. F., Connors B. W., Paradiso M. A. Neuroscienze – esplorando il cervello. Elvesir, 2009.

http://www.atlantico.fr/rdv/atlanti-question-lundi/est-que-c-est-grave-ne-pas-se-souvenir-reves-perrine-ruby-1815258.html

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